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Bari, Istituto Oncologico: scoperta nuova metodica per predire la risposta ai farmaci nei linfomi aggressivi

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È un lavoro durato quasi tre anni quello in cui i ricercatori hanno riversato il proprio intuito e la consapevolezza di incidere sulla storia del linfoma a grandi cellule B: la forma più frequente di linfoma aggressivo. Una ricerca portata avanti dal ‘Laboratorio diagnostica ematologica e terapia cellulare’ dell’Unità Operativa di Ematologia dell’Istituto Oncologico ‘Giovanni Paolo II’ di Bari, diretta dal Dott. Attilio Guarini, e svolta in collaborazione con il gruppo di ricerca guidato dal Prof. Stefano Pileri dell’Istituto Europeo di Oncologia di Milano.

Lo studio, a firma del Dott. Sabino Ciavarella, coordinatore del gruppo di ricerca barese (Dott.ssa Maria Carmela Vegliante, Dott.ssa Giuseppina Opinto e Dott.ssa Simona De Summa), è stato pubblicato nel numero di Dicembre 2018 di “Annals of Oncology”, la più prestigiosa rivista scientifica europea nel panorama oncologico internazionale, e si è addirittura meritato la copertina e l’editoriale del suo ultimo volume.  Come riconosciuto dagli editori, infatti, lo studio ha dimostrato per la prima volta in modo chiaro il ruolo delle cellule non tumorali, che vivono a stretto contatto con le cellule maligne, nell’influenzare la risposta ai farmaci e la prognosi di questi pazienti.

I linfomi aggressivi e, in particolare, il linfoma diffuso a grandi cellule B, sono da tempo oggetto dell’interesse dei maggiori gruppi di ricerca internazionale poiché, sebbene grazie alla chemioterapia circa il 65% dei pazienti ottenga la scomparsa duratura della malattia, più del 30-35% presenta un rischio elevato di recidiva e una prognosi sfavorevole.

I risultati ottenuti dal lavoro degli IRCCS di Bari e Milano, quindi, dimostrano con forza il ruolo di alcuni fattori biologici nel rendere la malattia e la risposta ai farmaci molto diversa da paziente a paziente. Il lavoro descrive, per la prima volta in questa forma di linfoma, 45 nuovi geni la cui espressione, facilmente misurabile sulla biopsia iniziale attraverso la nuova tecnologia denominata Nanostring, risulta fondamentale per definire la prognosi di questi pazienti. Questo tipo di valutazione, inoltre, potrà consentire, in un futuro molto vicino, di selezionare una quota di pazienti a nuove terapie biologiche che hanno come bersaglio non solo le cellule maligne ma anche altri tipi di cellule che “convivono” nell’ambiente tumorale.

Valore aggiunto della ricerca è la rapida trasferibilità dei risultati alla pratica clinica quotidiana: l’Istituto Tumori di Bari e l’Istituto Europeo di Oncologia, per la prima volta nella storia di questa malattia, procederanno alla profilazione routinaria di questi casi di linfoma attraverso la metodica pubblicata nello studio.

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