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Infermieri e medici a scuola di autodifesa, corsi online per disinnescare la violenza. Anelli: “Stop alla rassegnazione”

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Lancio di oggetti, sputi, schiaffi e pugni. Quando va meglio, aggressioni ‘solo’ verbali. È così che infermieri e medici sono spesso accolti dai pazienti di cui si stanno prendendo cura. Per questo, le due Federazioni che li rappresentano – la Federazione nazionale degli ordini delle professioni infermieristiche (FNOPI) e la Federazione nazionale degli ordini dei medici chirurghi e odontoiatri (FNOMCEO) – hanno messo in campo veri e propri corsi di addestramento per mettere in grado i propri iscritti di prevenire il fenomeno.

Si tratta di corsi FAD (formazione a distanza) specifici, che si basano su interventi di comunicazione, verbale e non, con l’obiettivo di diminuire tensione e aggressività nella relazione interpersonale. Il progetto si chiama “C.A.R.E. – Prevenire, riconoscere, disinnescare l’aggressività e la violenza contro gli operatori della salute” ed è composto da 12 sezioni. Per ogni sezione sono previste alcune attività obbligatorie: uno o più video relativi ad argomenti specifici, la consultazione dei testi dei video, un questionario di valutazione ECM con domande a risposta multipla che sondano le conoscenze acquisite. Il responsabile-realizzatore dei corsi è il Prof. Massimo Picozzi, psichiatra, criminologo e scrittore, docente per la Polizia di Stato e per l’Arma dei Carabinieri, responsabile del laboratorio di “Comunicazione non verbale e gestione dei conflitti” presso lo IULM di Milano.

“Abbiamo deciso di agire – spiega il presidente della FNOMCEO, Filippo Anelli – anche perché uno dei dati a nostro avviso più allarmanti è la rassegnazione che emerge dai racconti dei nostri colleghi: il 48% di chi ha subito un’aggressione verbale, infatti, ritiene l’evento abituale, il 12% inevitabile. Quasi come se facesse parte della routine o fosse da annoverare tra i normali rischi professionali. Le percentuali cambiano di poco in coloro che hanno subito violenza fisica: quasi il 16% ritiene l’evento inevitabile, il 42% lo considera abituale. Una percezione falsata e quasi rassegnata del fenomeno – aggiunge Anelli – che porta con sé gravi effetti collaterali, come la mancata denuncia alle autorità, l’immobilismo dei decisori, ma anche il burnout dei professionisti, con esaurimento emotivo, perdita del senso del sé e demotivazione nello svolgimento della professione”.

“La nostra professione – ha commentato la presidente FNOPI, Barbara Mangiacavalli – ha come scopo il rapporto coi pazienti. È per noi un elemento valoriale importante sia professionalmente che per il ‘patto col cittadino’ che da anni ci caratterizza. Per noi è essenziale avere una relazione privilegiata con loro, per comprendere come ci vedono e come possiamo soddisfare nel modo migliore i loro bisogni di salute. E saper affrontare alla radice i loro problemi che poi sfociano in pericolose forme di aggressività è essenziale per la salute dei nostri professionisti, ma anche e soprattutto per quella degli assistiti che si trovano poi di fronte operatori impauriti e demotivati”.

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