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Caso Totò Riina, da Torre a Mare una lettera al boss. È di don Fabio: “Stia in carcere o in ospedale. A casa proprio no”

Il caso Totò Riina, la questione relativa al garantirgli una morte dignitosa in relazione a quelle che sembrano essere precarie condizioni di salute, continua a tenere banco su giornali, tivvù e testate online spaccando più o meno a metà l’opinione pubblica. Il tema è molto “caldo” anche sui social, dove milioni di commenti si rincorrono sulle pagine più gettonate di giornalisti e operatori dell’informazione. C’è chi tira in ballo la Costituzione e chi l’orripilante curriculum vitae del capo di Cosa Nostra.

 

Una lettera molto interessante viene spedita idealmente al boss anche da Torre a Mare. A scriverla è don Fabio Carbonara, parroco della comunità del quartiere a sud di Bari. Un lungo discorso che vi riproponiamo integralmente.

 

“Totò Riina, le lettere si cominciano o con “gentilissimo” oppure con “caro”. Ma in questo caso mi limiterò a cominciare così, con il suo nome e cognome.

 

Stiamo apprendendo tutti sui giornali la notizia della sua eventuale prossima scarcerazione perché “ha diritto ad una morte dignitosa”. E subito è guerra sui social. Perchè noi in Italia -e non solo- siamo abili soprattutto a dividerci. Ci dividiamo su tutto dal calcio, alla politica, agli immigrati. Ed ora anche su di lei. Su questa pseudo richiesta di “scarcerazione” (che nemmeno è stato ben capito quale fosse il succo della richiesta).

 

Verosimilmente , la teoria è giusta: la difesa della salute di ciascun individuo. Ma vede, la sua vita è troppo famosa. Tristemente troppo famosa. La mia generazione, e almeno due generazioni prima e due dopo, ha studiato le sue porcate sui libri, nemmeno come fosse la celebrità più importante del momento. Le abbiamo studiate quando abbiamo parlato di mafia, quando ci hanno spiegato cosa fosse “cosa nostra”, quando il nome del mandante di omicidi come Dalla Chiesa, Falcone, Borsellino, Basile, Montalto, Chinnici e tanti, tanti altri era sempre il suo.

 

Non posso nemmeno dire quanti omicidi “circa”, ha commesso perché mancherei di rispetto a quelle che sono le vittime che forse oggi ignoriamo ancora: quel circa non è quantificabile. Lei è quello che ha deciso che per farla pagare a chi si stava pentendo e testimoniando contro di lei ordinò senza pietà “uccidete i parenti fino alla ventesima generazione, uccidete i bimbi dei pentiti”.

 

Qualcuno, anche del mio ambiente, con la scusa di questa Misericordia (che è ben altra cosa da quella che invocano ora i suoi difensori) ha ipotizzato addirittura un suo pentimento. Mi possa bruciare un fulmine se lei si è pentito, lei che nemmeno due anni fa continuava a ordinare dal carcere di uccidere Ciotti. Lei sa che Ciotti vive una vita blindata, ma non si stanca di girare l’Italia nonostante i suoi 72 anni, per continuare a dirci che “la mafia è una montagna di merda”? Ciotti, come tanti altri non vive una vita “agiata”, ma vive una vita dignitosa, perché uomo di Giustizia.

 

Vede Riina, a me piacerebbe non credere solo nella Giustizia divina. Troppo facile, troppo comodo. Guardì le dirò di più: io credo in Dio, ho dato la mia vita per questo, ma dato che anche il Papa ci ricorda che avere dubbi…è lecito pensare che non possiamo fidarci solo di questo tipo di giustizia. E se poi non esiste? La passerebbero liscia lei e quelli come lei! Io preferisco non rischiare.

 

Io penso che ci sia bisogno di quella giustizia terrena che possa far capire alle nuove generazioni che nella vita si pagano le colpe, e che le sue colpe sono da pagare fino all’ultimo fosse altro per dar senso a quelle due parole che lei sicuramente non ha mai esercitato: Giustizia e Rispetto.

 

Le auguro vivere la sua vecchiaia in maniera dignitosa, con tutte le cure mediche e ospedaliere di cui lei avrà bisogno e che è giusto e doveroso che lo Stato garantisca ad ogni individuo. Perchè noi in questo ci crediamo.

 

In carcere o in ospedale però. Ma a casa no. A Casa proprio no”.

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