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Bari, arrestati 104 affiliati ai clan Mercante-Diomede e Capriati: c’è anche vicepresidente FAI di Molfetta – VIDEO

I carabinieri del Ros stanno eseguendo, a Bari e in altre località del territorio nazionale, un’ordinanza di custodia cautelare in carcere nei confronti di 104 presunti affiliati ai clan Mercante-Diomede e Capriati indagati per associazione di tipo mafioso, tentato omicidio, rapina, sequestro di persona, detenzione di armi, lesioni personali con aggravante mafiosa e violazione della misura della sorveglianza speciale. Il provvedimento scaturisce da un’indagine coordinata dalla Direzione distrettuale antimafa, che ha ricostruito gli assetti organizzativi, le attività criminali e la capacità di infiltrazione dei clan nel tessuto economico e sociale della città e della provincia di Bari.

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L’indagine, denominata Pandora, ha documentato i rituali di affiliazione, la disponibilità di armi anche da guerra e i rapporti con esponenti della ‘Società’ foggiana e della ‘Sacra corona unita’ di Lecce. Tra gli arrestati, quale partecipe del clan Mercante-Diomede, anche un imprenditore nel settore della sicurezza privata, da anni membro del consiglio direttivo della Fai, associazione antiracket ed antiusura Puglia: si tratta di Roberto De Blasio, vice presidente antiracket Fai di Molfetta.

L’inchiesta ha evidenziato il crescente e significativo ruolo assunto dai due clan, federati tra loro, nel panorama criminale pugliese, entrambi caratterizzati da una struttura gerarchizzata in cui sono delineati i ruoli e compiti degli affiliati, controllo militare del territorio e il ricorso a rituali di affiliazione promossi, diretti ed organizzati dai componenti che all’interno del sodalizio rivestono la qualità di “padrini”, a favore dei “figliocci”, questi ultimi tenuti in linea di principio ad eseguire gli ordini e le disposizioni dei primi. Rituali, in perfetto stile mafioso, distinti in: “battesimo”, con cui veniva conferita la “personalità mafiosa” necessaria per agire nell’ambito del consorzio con pienezza di diritti e doveri; “movimento” con il quale all’affiliato viene conferita la “dote” ovvero promosso ai vari gradi superiori, eseguito spesso anche con la presenza di soggetti “attivati” di sodalizi alleati, funzionali a stabilire un posizionamento nell’organigramma del clan, entrambe celebrate da un organismo, denominato “capriata”, costituito da soggetti già camorristicamente “attivati”; dall’uso interno e dalla rappresentazione esterna della metodologia mafiosa; dall’oggettiva forza intimidatrice sprigionata dal sodalizio sul territorio.

L’indagine, con riferimento al clan Mercante-Diomede, ha permesso di attribuire inequivocabilmente il ruolo di capo e organizzatore del sodalizio a Giuseppe Mercante e al suo alter ego Nicola Diomede. Di individuare le articolazioni e i relativi componenti operanti: a Bari, con riferimento ai quartieri Libertà, Carrassi e San Pasquale, e nei comuni baresi di Bitonto, Triggiano, Adelfia, Altamura e Gravina in Puglia. Ha permesso inoltre di documentare le convergenze e i rapporti con i clan Parisi e Di Cosola, riscontrare la permanenza della storica e ciclica conflittualità con il clan Strisciuglio, acclarare le cointeressenze e la mutua assistenza con il clan Capriati, ricostruire gli interessi perseguiti dall’associazione: principalmente usura, ricettazione e altri reati contro il patrimonio con particolare riferimento ai furti in abitazioni, l’imposizione e installazione delle slot-machine negli esercizi pubblici, il possesso di armi e lo spaccio di stupefacenti.

L’inchiesta ha permesso anche di identificare, tra l’altro, i responsabili del tentato omicidio di Domenico Conte, a capo dell’articolazione dei Capriati operante in quel di Bitonto, commesso nel settembre del 2013, ed i responsabili dell’aggressione fisica a un detenuto nell’area passeggio del carcere di Lecce.

Per quanto riguarda il clan Capriati, invece, l’indagine ha permesso di accertare la permanenza attuale del clan e la conferma del ruolo verticistico e decisionale di Antonio Capriati e dei nipoti Domenico e Filippo Capriati, nonostante lo stato detentivo, riscontrare quindi la coesione interna anche a fronte dello stato di detenzione dei suoi affiliati, acclarare il rapporto di interazione con il clan Mercante-Diomede, documentare la rinnovata capacità di espansione e operatività sul territorio barese e delineare l’organigramma delle articolazioni presenti: a Barivecchia e San Girolamo, nei comuni baresi di Bitonto, Triggiano e Valenzano, nel comprensorio del nord barese di Terlizzi, Ruvo, Corato, Bisceglie e Trani, dove i responsabili del clan sono stati identificati negli indagati Domenico Amoruso, Gioacchino Baldassarre e Domenico Conte.

L’indagine ha inoltre permesso di identificare gli autori del tentato omicidio di un affiliato al clan Strisciuglio commesso nel maggio del 2011 al San Paolo e della rapina a mano armata e contestuale sequestro di persona in danno dei conducenti di un autoarticolato della TNT a novembre dello stesso anno in provincia di Bari.

Infine, quindi, sono stati documentati i rapporti tra i clan mafiosi Mercante-Diomede e Capriati con esponenti della criminalità organizzata di altre aree della Puglia: la società foggiana (il boss Giuseppe Mercante è stato affiliato dal noto capomafia foggiano Giosuè Rizzi detto “il papa”, ucciso nel 2011 a Foggia, con il quale il Mercante ha mantenuto rapporti fino alla sua morte) e la sacra corona unita di Lecce. Stando a quanto ricostruito, il clan Capriati, sfruttando periodi di convivenza carceraria, sarebbe riuscito a fidelizzare esponenti della criminalità di San Severo, destinatari del provvedimento restrittivo, amplificando le proprie potenzialità attraverso il reclutamento di soggetti capaci, all’occorrenza, di operare sul territorio barese con effetto sorpresa, in cambio di droga ed armi.

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