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“In Macedonia rischia trattamento disumano”, no dei giudici di Bari a estradizione: 58enne albanese torna in libertà

Rischierebbe di essere “sottoposto a un trattamento crudele, disumano e degradante” in carcere e “ad atti persecutori e discriminatori” per via della sua “etnia albanese”. Per questi motivi la Corte di Appello di Bari ha rigettato la richiesta di estradizione, avanzata dalle autorità macedoni, di un 58enne albanese sospettato dalla magistratura di Skopje di far parte di una organizzazione di trafficanti di esseri umani e minori.

L’uomo è stato arrestato a Bari dalla polizia di frontiera il 15 gennaio del 2018, in quanto destinatario di una richiesta di arresto a fini estradizionali. Dopo una serie di rinvii necessari a svolgere accertamenti e approfondimenti sulla vicenda, i giudici baresi hanno ritenuto di non concedere l’estradizione e disporre l’immediata liberazione del 58enne. Nelle motivazioni della decisione, la Corte di Appello di Bari evidenzia che nei confronti dell’indagato ci sono “solo ipotesi investigative”, e analizza i pericoli che l’uomo correrebbe se estradato, a causa della guerra etnica tra macedoni e minoranze albanesi.

I giudici ricostruiscono poi le presunte “condizioni di detenzione inumane e degradanti” delle carceri macedoni, sulla base di relazioni fatte dal “Comitato europeo per la prevenzione della tortura”. Da tali documenti emergerebbero “condizioni di vita insalubri in ambienti sovraffollati, non sicuri e poco igienici”, fino a cinque persone in celle di otto metri quadri, con “docce non funzionanti e nessuna fornitura di acqua calda”, detenuti soggetti a “punture di insetti e infezioni come la scabbia”, “senza acqua potabile”. Un “regime offerto ai detenuti” definito “reliquia del passato repressivo”, “affronto alla dignità umana”. I giudici riferiscono di istituti penitenziari nei quali “ogni aspetto della detenzione è in vendita, dall’ottenimento di un posto in cella decente, al congedo a casa, alle medicine, ai cellulari, ai farmaci”, dove la “violenza è integralmente collegata alla corruzione endemica che ha pervaso l’intera prigione e coinvolge gli ufficiali della prigione”.

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