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Bari, 21 inquilini di un palazzo morti di tumore: “Caso analogo a terra dei fuochi”. Ma pm chiede archiviazione

Ventuno inquilini di una stessa palazzina nel quartiere Japigia di Bari sarebbero morti per tumori causati dalle sostanze tossiche provocate dai continui roghi della ex discarica comunale di via Caldarola, dismessa e bonificata ormai da 30 anni: un quadro epidemiologico che “richiama fortemente quello riscontrato nelle aree della cosiddetta terra dei fuochi”. Questo l’esito delle indagini avviate circa un anno fa dalla Procura di Bari, concluse però con una richiesta di archiviazione perché è trascorso troppo tempo dai fatti. L’archiviazione del procedimento penale, sempre secondo la Procura, non andrebbe però di pari passo con una eventuale responsabilità civile: “la vicenda – si legge – riveste verosimilmente profili civilistici da responsabilità aquiliana da valutarsi, ove possibile, nelle sedi competenti”.

I familiari di alcune delle vittime, che abitavano tutte in uno stesso stabile di via Archimede 16, hanno però fatto opposizione alla richiesta di archiviazione: assistite dall’avvocato Michele Laforgia, chiedono quindi nuove indagini per “identificare tutti i responsabili della gestione della discarica e specificare i 21 casi che, per i consulenti del pm, sono sicura conseguenza dell’esposizione alle diossine”. Oggi, in tarda mattinata, si sono dati appuntamento proprio in via Archimede mentre domani, sabato 24 novembre, hanno indetto una conferenza stampa per chiarire meglio la loro posizione sulla vicenda.

Per il pm Baldo Pisani, in ogni caso, è trascorso troppo tempo per perseguire penalmente il reato di morte come conseguenza di altro reato, ipotizzato a carico di ignoti. Stando alle indagini dei Carabinieri, coordinate dalla magistratura barese e supportate da una consulenza tecnica e da accertamenti affidati all’Arpa, 21 dei 27 decessi per neoplasie rare avvenuti a partire dalla metà degli anni Novanta sarebbero attribuibili alla “esposizione dei condomini ad una sicura fonte di inquinamento ambientale rappresentata da prodotti di combustione provenienti dall’area oggi occupata dalla collinetta ecologica”.

“La vicinanza del condominio con l’area della ex discarica – si legge negli atti -, non più di 300 metri, l’assenza di altre costruzioni interposte e l’azione dei venti, hanno favorito il convogliamento delle sostanze inquinanti e la loro aero-dispersione verso gli alloggi”, i primi costruiti in quell’area e quindi più a lungo esposti.

La discarica, su suolo di proprietà del Comune di Bari, era gestita dall’Amiu. È stata dismessa nel 1971. A seguito di “continui incendi per autocombustione” è stata poi bonificata tra il 1989 e il 1997. La Procura ritiene che “la responsabilità sulla vigilanza del sito sia attribuibile in solido all’Amiu e al Comune di Bari, in persona dei loro rappresentanti pro tempore dal 1962 al 1988”, i sindaci e i direttori Amiu dell’epoca, ma “le condotte sono assai risalenti nel tempo per essere perseguibili penalmente, anche oltre trent’anni or sono, e dovrebbero essere individuate nel periodo precedente all’attuazione del piano di recupero della discarica e della mancata predisposizione delle misure di salvaguardia atte ad evitare gli incendi per autocombustione”.

“Oggi non vi sono all’interno della costruzione elementi di pericolo per la salute degli abitanti”. È scritto nella consulenza tecnica disposta dalla Procura di Bari per accertare l’origine dei tumori che hanno colpito gli inquilini del palazzo. “Le analisi condotte sulla costruzione e sul terreno circostante – rassicurano i tecnici – hanno escluso la presenza attuale o pregressa di sostanze radioattive o idrocarburi dispersi così come stata esclusa una contaminazione dell’acquedotto”. Tuttavia “durante i rilievi – dice ancora la consulenza tecnica – è stata identificata una ulteriore minaccia per la salute dei condomini rappresentata dalla presenza di muffa, specie sul lato nord. Tale presenza costituisce una lesione del diritto alla salute dei residenti paragonabile a quella delle neoplasie e meritevole di intervento immediato”. Con riferimento alla causa dei tumori i tecnici ritengono “verosimile che composti organici cancerogeni oramai scomparsi dall’ambiente siano stati assorbiti dagli abitanti scatenando le neoplasie”.

Gli accertamenti tecnici sul palazzo hanno consentito di individuare sull’intonaco del lato ovest la presenza della diossina OCDD, tipica dei fumi di combustione. “Si tratta quindi di un componente depositato nel tempo sulla superficie dell’intonaco – si legge negli atti – che non è pericoloso ma testimonia un’esposizione a ripetute emissioni di fumi di combustione di diversa natura, derivanti dalla discarica Caldarola che storicamente datano ad almeno 25 anni fa. Da quel periodo è verosimile che gli altri composti tossici presenti sulla parete esterna siano stati degradati dagli agenti atmosferici, mentre quelli che sono penetrati all’interno delle costruzioni siano stati assorbiti dagli abitanti ed abbiano scatenato, con l’andare degli anni, le malattie di cui oggi si indaga”.

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