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“Torna al tuo Paese”, poi calci e pugni: 47enne della Costa d’Avorio aggredita a Bari. Il racconto della vittima

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I medici del Pronto Soccorso hanno giudicato le sue ferite guaribili in quattro giorni. Con ogni probabilità, però, Edith, 47enne della Costa d’Avorio a Bari da circa 30 anni, i segni dell’aggressione a sfondo razziale subita li porterà dentro di sé per tutta la vita. Calci e pugni per aver ‘osato’ chiedere strada libera, peraltro con buona educazione, sul marciapiede del sottopasso Duca degli Abruzzi: per tutti i baresi, il sottopassaggio di Sant’Antonio. Il fatto è accaduto mercoledì 20 febbraio, poco dopo le 18.30, ma il racconto della donna è ancora tristemente lucido.

“Tornavo a casa da lavoro – spiega la donna – ero al telefono con un’amica, camminavo sul marciapiede e davanti a me avevo un gruppo di cinque o sei donne che procedevano a passo lento. La più piccola poteva avere 25 anni, la più grande forse 50. In quel tratto di strada lo spazio per il passaggio pedonale non è ampio, così, per poter passare, ho chiesto permesso. Non mi hanno sentito. Ho alzato leggermente il tono della voce ma la richiesta non ha sortito effetto e quindi per superarle sono scesa un attimo dal marciapiede: tornata sulla banchina, si è scatenato l’inferno. ‘Permesso, permesso un ca**o’, ha detto una di loro. Mi sono voltata verso di lei e in un attimo mi ha sferrato un pugno in faccia”.

È l’inizio di un incubo durato diversi minuti. “Mi hanno accerchiata e hanno iniziato a insultarmi –racconta Edith-, ‘Vattene da qua. Torna al tuo Paese’. Avevo il telefono in mano e istintivamente ho chiamato il 113. Quando lo hanno capito, l’aggressione è diventata di gruppo. Mentre continuavo a chiedere aiuto alla Polizia ho preso calci e pugni da ognuna di loro. Al branco poi, si sono aggiunti due uomini. Non so se appartenevano in qualche modo a quelle donne, ma ho preso calci anche da loro. E mi hanno portato via il telefono. A quel punto è intervenuto il benzinaio del distributore che è lì a pochi metri: li ha fatti allontanare ed ha chiamato carabinieri e 118”.

Per fortuna di Edith, quindi, non tutte le persone che hanno assistito a quegli attimi di follia hanno girato la testa dall’altra parte. Tuttavia, stando a quanto racconta la stessa vittima, le discriminazioni a sfondo razziale sarebbero proseguite anche con l’arrivo dei soccorsi. “Uno dei sanitari del 118, una donna, ha iniziato a farmi domande sull’accaduto – racconta -. Mi ha chiesto se fossi stata derubata, le ho detto di sì ma ho aggiunto anche che l’origine dell’aggressione era stata di chiara marca razziale. A quel punto si è innervosita. Ha iniziato a mettere in dubbio la mia versione dei fatti e tagliando corto mi ha chiesto cosa avessi intenzione di fare. Io lavoro in Stazione, ero piena di dolori e pensando di non poter andare a lavorare il giorno dopo ho chiesto di essere accompagnata in ospedale: senza giri di parole, mi ha accusato di voler approfittare della situazione per poter usufruire dell’infortunio al lavoro. Una volta arrivati in ospedale ha detto i medici: ‘questa signora non ha niente, vuole solo restare a casa per qualche giorno’. È la cosa che mi ha fatto più rabbia. Forse più delle botte prese da quelle donne. Il loro livello culturale, per forza di cose, di sicuro non poteva essere elevato. Quello di un soccorritore del 118, a mio parere, deve esserlo per forza”.

Come detto, al Pronto Soccorso le ferite di Eredith sono state giudicate guaribili in quattro giorni. “Mi hanno fatto i raggi ma per fortuna non ho riportato fratture – dice ancora la donna -. Volevano che passassi la notte lì ma nel frattempo in ospedale era arrivata mia figlia di 9 anni: era spaventatissima. Per lei ero morta. Così ho rifiutato il ricovero. I medici hanno dato disposizioni ai miei familiari di svegliarmi ogni due ore e sono andata a casa”. Alle due di notte, dopo una giornata infernale. Giovedì poi, la denuncia contro ignoti sporta ai carabinieri. “Sarei in grado di riconoscere i miei aggressori, spero di essere contattata al più presto”.

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