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Il giornalista barese Di Matteo parla dopo l’arresto in Venezuela: “È stata una trappola, siamo stati incastrati”

“Al carcere di Tocoron sapevano che saremmo arrivati e da questo posso trarre la conclusione che è stata una trappola, che siamo stati incastrati. Ma non sappiamo da chi. Il motivo? L’idea che ci siamo fatti è che ci siamo mossi con Jesus Medina, un giornalista di destra, d’opposizione, e che il vespaio che avremmo sollevato intorno al carcere ha costretto a prendere iniziative”.

 

È il racconto – in una conferenza stampa alla Fnsi – di Roberto Di Matteo, il reporter italiano arrestato in Venezuela con il collega svizzero Filippo Rossi. Quest’ultimo, a nome di entrambi, ha ringraziato la Farnesina e le autorità italiane, “che hanno reagito prontamente anche inviando in carcere un supporto psicologico. Ci hanno salvato da una situazione che poteva essere più grave”. I due cronisti sono stati fermati venerdì mattina all’interno del carcere di Tocoron e consegnati alla Guardia Nacional Bolivariana che li ha trattenuti fino a domenica assieme a Medina, reporter del sito antigovernativo DolarToday, in una struttura vicina. Una cella lurida, senza acqua potabile, hanno raccontato. E’ stato dato loro un materasso, su cui dormire in tre, e del cibo.

 

“Venerdì – Rossi ha spiegato così quanto accaduto – ci siamo recati a Tocoron, a 100 km da Caracas. Abbiamo parcheggiato davanti all’ingresso principale, ci siamo presentati come giornalisti e abbiamo chiesto del direttore, che ci aspettava 50 metri dopo l’entrata. Lui ci ha portati in un ufficio, ci hanno fatto aprire lo zaino e ci hanno dichiarato in arresto. Avevamo i microfoni, una go-pro, i cellulari e una bottiglia di vino. Non li abbiamo introdotti di nascosto. Se ci avessero detto di non entrare non saremmo entrati o avremmo potuto lasciare fuori delle cose”.

 

Sono stati nell’ufficio alcune ore, fino a perdere la cognizione del tempo, poi trasferiti. Gran parte dell’attrezzatura non è stata loro restituita. Di Matteo e Rossi hanno preparato il viaggio per tre mesi, preso contatti con due ‘fixer’, due giornalisti del posto, che li avrebbero guidati per il Paese: una settimana con l’oppositore Medina, quindi con un collega filo-governativo. “Agli occhi di tutti siamo stati presi perchè volevamo fare un reportage di opposizione. Non è così – ha precisato Di Matteo -. Volevamo raccontare il Paese. Avevamo in programma di fare interviste per avere più punti di vista possibili”.

 

Dalla cella dove erano detenuti, hanno spiegato i due, erano possibile vedere, e sentire, dall’alto quello che succede a Tocoron: “È un carcere aperto, ci sono una discoteca, una sala giochi per bambini in visita ai detenuti, un campo da baseball, una fattoria. Un’idea, se vogliamo, rivoluzionaria, sarebbe un modello produttivo, se non fosse che è fuori controllo. Vari fonti – ha aggiunto il cronista italiano – ci hanno riferito che nel carcere girano armi e che una parte è controllata da un capo mafioso”. È per questo che i due hanno ipotizzato che il loro reportage potesse dare fastidio. Tanto che hanno lasciato il Venezuela in tutta fretta.

 

“Abbiamo avuto piena libertà sul territorio venezuelano, non siamo stati espulsi, avremmo potuto rimanere e completare il lavoro ma ci siamo sentiti in pericolo, il governo – hanno osservato – non poteva garantire la nostra sicurezza, per cui non era il caso di restare”.

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