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Omicidio Paola Labriola, una testimone in aula: "Sentii le urla e vidi una persona che la pugnalava"

Omicidio Paola Labriola, una testimone in aula: "Sentii le urla e vidi una persona che la pugnalava"

Le urla durante l'aggressione, le settanta coltellate inferte da Vincenzo Poliseno sul corpo della psichiatra barese Paola Labriola fino ad ucciderla, il tentativo di aiutare la dottoressa e fermare l'assassino: quei terribili istanti sono stati al centro delle testimonianze di una infermiera che era in servizio nel Centro di Salute mentale quando la psichiatra fu uccisa il 4 settembre 2013, e di un altro operatore sanitario, che si trovava lì perché aveva accompagnato una paziente e che riuscì a disarmare Poliseno.

 

Lucrezia Pace e Gianfranco Carbone sono stati sentiti oggi in Tribunale come testimoni citati dalla parte civile, i familiari della vittima, nel processo in corso nei confronti di sei funzionari della Asl di Bari, tra i quali l'ex direttore generale Domenico Colasanto, ritenuti responsabili di non aver garantito la sicurezza nella struttura. Agli imputati il pm Baldo Pisani contesta i reati di morte come conseguenza di altro reato, omissione di atti d'ufficio e induzione indebita a dare o promettere utilità. Per l'omicidio è già stato condannato in via definita il 40enne Vincenzo Poliseno, che quel giorno entrò nel Csm armato di coltello e uccise la psichiatra con più di 70 colpi.

 

"In quel momento ero sola, in infermeria, e all'improvviso sentii le urla - dice l'infermiera - Inizialmente non capii da dove provenissero, poi mi accorsi che eravamo tutti nel corridoio tranne la dottoressa Labriola e allora vidi la sagoma nella sua stanza e una persona che la pugnalava. Tentai di aiutarla ma lui mi minacciò. Ero sola, lui con un coltello, scappai gridando e chiedendo aiuto". Dopo il racconto in lacrime di quei momenti, la teste ha riferito ai giudici che prima di quel giorno "avevamo fatto spesso denunce per lo stato di abbandono della struttura e per aggressioni subite da parte dei pazienti". A fermare Poliseno quando ormai però era troppo tardi fu Carbone, attualmente responsabile di un centro diurno per la riabilitazione psichiatrica. "Entrai nella stanza della dottoressa e tolsi il coltello dalle mani dell'aggressore. - racconta ai giudici - Lui non oppose resistenza, fu facile disarmarlo e poi allontanarlo di forza facendolo sedere per terra in un'altra stanza in attesa della Polizia".

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