La rubrica sul ‘Bari dei baresi’ di Catuzzi propone, per il suo venticinquesimo appuntamento, i ricordi di un barese che ha militato per tre anni nella ‘Primavera’ biancorossa: Pietro Armenise. Per tutti Piero, ha giocato nelle giovanili baresi dal 1977 al 1980, allenato prima da Mario Santececca e poi, per due anni, da Enrico Catuzzi. Mediano metodista davanti alla difesa, abile nel recuperare e smistare palla, fu convocato in qualche occasione da Mimmo Renna in prima squadra, non riuscendo però a collezionare presenze. In carriera ha indossato le maglie di Siracusa, Monopoli, Foggia (allenato da Zeman), Reggina, Venezia, Nola, Casertana, Ischia Isolaverde e Trani, tra serie B, C1 e C2. Il punto piú alto della sua carriera lo ha ottenuto alla Reggina: promozione in B e spareggio per la serie A perso ai rigori contro la Cremonese, con 97 presenze totali in campionato, di cui 66 in serie B, e 5 reti realizzate. Dopo la carriera da calciatore, ha allenato varie squadre dilettantistiche e la ‘Berretti’ della Reggina. Oggi, 63enne, continua a lavorare nel mondo del calcio.
Dove hai tirato i primi calci al pallone?
“Giocavo nella ‘Santamato’ e il mister Schino mi voleva a tutti i costi. Io, però, non volevo andare nel Bari perché vedevo questi ragazzi del Bari che si allenavano al ‘Rossani’, ed erano tutti abbastanza altezzosi e pieni di sé. Ero ragazzino e non capivo l’importanza di quell’atteggiamento. Grazie a un’amicizia, feci un provino con gli ‘Allievi’ del Napoli: iniziai il ritiro con le giovanili partenopee, ma dopo poco tempo si resero conto che ero un po’ indietro soprattutto sul piano atletico, e quindi telefonarono a mio padre e gli dissero di venirmi a prendere per riportarmi a Bari. Col senno di poi, capii che avevano ragione”.
Il tuo approdo nel Bari?
“La ‘Santamato’ mi ripropose al mister del Bari, Schino, e così firmai col Bari insieme al notaio Costantini. Avevo sedici anni. Feci un gol nella partita d’esordio con gli ‘Allievi’ prima di passare in ‘Primavera’ dove segnai all’esordio in una gara contro il Crotone allo stadio ‘Della Vittoria’”.
Un passo breve…
“Un venerdì ero a scuola e trovai mia madre e mister Schino, il quale mi disse di partire subito con la ‘Primavera’ di Santececca a Catania: in quel momento non avevo nemmeno il ricambio dei vestiti, ma mi portarono subito allo stadio dopo la firma di mia madre, perché ero minorenne”.
Quante stagioni con la ‘Primavera’ biancorossa?
“Un anno con Santececca, e due anni con mister Catuzzi. La squadra era fortissima: il centrocampo era fatto di giganti e lo formavo con Nicassio, De Rosa e Giusto, in attacco Corrieri e Del Zotti, mentre in difesa giocavano Cuccovillo, Michele Armenise, De Trizio e Ronzani; in porta, Caffaro. Quella squadra non la batteva nessuno”.
La tua partita più bella con la ‘Primavera’ del Bari?
“Contro la Fiorentina al ‘Della Vittoria’. I due allenatori del Siracusa, Facchin e Lombardo, vennero a vedermi perché dovevano prendere il sostituto di Dino Bitetto, che rientrava al Bari dopo il prestito a Siracusa. Quella partita fu determinare per il mio trasferimento in Sicilia”.
Hai mai assaporato l’aria della prima squadra?
“Ti racconto questa: dovevamo andare a vedere una partita dell’Under 21, in cui giocavano Tavarilli e Sasso del Bari, ma arrivai in ritardo all’appuntamento che ci dette Catuzzi. Da lontano sentii che urlava il mio nome e mi cercava. Pensai che volesse rimproverarmi, ma appena arrivai mi disse che la mattina seguente mi avrebbe portato a Bardolino di Garda insieme a De Rosa e De Trizio, per preparare la partita col Brescia (Brescia-Bari 3-0, 11 maggio 1980, n.d.r.), e che probabilmente avrei giocato al posto dell’infortunato Belluzzi. Fu una forte emozione per me, anche se a Brescia andai in tribuna e non riuscii mai a giocare in prima squadra, pur avendone fatto parte nelle ultime cinque partite circa della stagione 1979-80. In ritiro pre-partita ero in camera con Carmelo La Torre. Negli anni ho rincontrato Sasso a Monopoli e nella Reggina”.
Raccontami un aneddoto divertente…
“Per andare a scuola al ‘Tridente’, in via Giulio Petroni, prendevo quattro pullman tra andata e ritorno, più quelli per andare allo stadio ad allenarmi. Chiesi a mia madre un motorino, un boxer verde di seconda mano. Al ritorno dagli allenamenti, io e Gigi De Rosa tornavamo a casa col mio motorino. Un giorno ci fu un alluvione e appena smise ci muovemmo con la moto: dopo pochi metri finimmo a terra perché non vidi un marciapiede che era completamente coperto dall’acqua, e io e Gigi (De Rosa, n.d.r.) volammo in aria finendo in un pezzo d’acqua. Scoppiammo a ridere e tornammo a casa. Un’altra volta, invece, promisi a Onofrio Chiricallo di fare il sonnambulo in hotel per fare uno scherzo: i miei compagni non dormirono per tutta la notte e vedevo che portavano i materassi da una stanza all’altra perché si intimorirono (ride, n.d.r.)”.
Sei stato ceduto al Siracusa nel 1980-81. Hai il rimpianto di non essere riuscito a esordire con la prima squadra del Bari?
“Sì, mi sarebbe piaciuto, specialmente dopo aver fatto tanti sacrifici. Renna, invece, non mi fece esordire nemmeno nell’ultima gara del campionato 1979-80 contro la Sampdoria. Mi disse che ormai ero stato ceduto in comproprietà al Siracusa. Ma vedere nello spogliatoio il mio nome vicino all’accappatoio, era già per me qualcosa di eccezionale. Fu soprattutto Regalia a credere nei giovani. Nella mia carriera ho conquistato la serie B con tutte le mie forze. La serie A, invece, l’ho persa in uno spareggio ai rigori”.
Il tuo rapporto con Catuzzi?
“Un bel rapporto. Quando ero ragazzo mi rimproverava spesso, perché ci teneva molto. A volte gli rispondevo e lui, arrabbiato, mi prendeva per il collo. Tatticamente è stato uno dei migliori, ma ha avuto la fortuna di avere ragazzi fortissimi. In una gara della ‘Primavera’, il capitano del Catanzaro, Massimo Mauro (ex Napoli e Juventus, n.d.r.), andò da Catuzzi e gli disse ‘Mister ma i suoi sono undici o ventidue?’. Quando giocavo nel Monopoli mister Catuzzi mi chiamò perché mi voleva nel suo Pescara, ma al posto mio andò Onofrio Loseto”.
Tu e Onofrio Loseto avevate lo stesso ruolo?
“Onofrio giocava in una posizione più avanzata rispetto a me: io un metodista, lui più centrocampista di corsa”.
Hai giocato sempre in quel ruolo?
“Di solito giocavo a centrocampo verso l’esterno, ma in una partita della ‘Primavera’ mister Catuzzi voleva giocare col metodista davanti alla difesa e mi provò in quel ruolo di mediano, che è stato quello principale della mia carriera”.
Cosa volevi fare da ragazzino?
“Non sognavo di fare per forza il calciatore. È arrivato tutto in modo spontaneo, perché amavo questo sport e lo facevo con passione e amore. Venivo dalla strada, e questo è molto importante”.
Cosa fai oggi?
“Sono stato per poco tempo responsabile del settore giovanile del Taranto, ma mi sono dimesso perché non c’erano più i presupposti. Collaboro con una scuola calcio. Preferisco lavorare con i giovani”.
Il Bari dei baresi è irripetibile?
“Penso proprio di sì. Prima c’era più educazione e rispetto. I giovani di oggi non capiscono cosa sia il sacrificio. C’era passione e amore, mentre adesso si fa tutto per guadagnare qualche soldo. A livello europeo siamo molto indietro”.








