Umile artigiano devoto all’autenticità del Bello, tra i pochissimi che ancora custodiscono la preziosa arte ceramista della tradizione rutiglianese. È il maestro Antonio Samarelli, per i più semplicemente Tonino. Una vita dedicata alla lavorazione dell’argilla, lui il solo superstite che tutt’oggi la lavora al tornio per realizzare le famose pignatte, rinomati contenitori in coccio utili in cucina per la cottura di diversi alimenti.
Nella bottega Samarelli è inoltre possibile ammirare l’ultima vecchia fornace presente a Rutigliano, un forno storico con cottura a bucce di mandorla che – quando attivo, fino a qualche anno fa – richiedeva sì venti quintali di gusci secchi per cottura, ma ha ‘sfornato’ pregevolissimi vasi e tegami in terracotta (per ogni cottura occorrevano 14 ore). È stata sostituita da più moderni forni a soluzione elettrica, per abbattere altresì costi di produzione, ma a discapito di una notevole capienza perché la “grande brace” – due metri d’altezza, per quattro di larghezza – arrivava ad ‘incamerare’ tra le due alle quattro migliaia di pezzi, a seconda del volume del prodotto infornato.
Il signor Tonino, classe 1947, sposa sin da bambino l’attività artigianale e collabora nella conduzione familiare dalla giovanissima età di 11 anni: corre il 1958 quando suo padre apre la bottega di paese. Un esercizio passato di generazione in generazione, ora gestito in associazione con il figlio Angelo. “Non volevo perché è un lavoro pesantissimo ma lui ha insistito – precisa Antonio Samarelli -. Se non ci fosse stato lui, avrei chiuso e mi sarei goduto la mia meritata pensione.” Una volontà d’animo sorretta puranche dall’altra figlia, Giovanna, e dalla moglie Pasqua che si dedica alle decorazioni dei fischietti.
Ad eccezione di una parentesi di diciotto mesi, a Bari, quando appena maggiorenne si sposta nel capoluogo per apprendere il mestiere dell’idraulico, Tonino vota l’esistenza a un’arte che non si impara dall’oggi al domani, che non ha turni ed orari di lavoro, che richiede tanto sacrificio. Un’arte che presuppone un preciso stile di vita da seguire, con tenacia e amore. È il complesso ciclo di lavorazione dell’argilla estratta dalla campagna rutiglianese, ‘impastata’ al tornio e cotta lentamente, a 980 gradi.
Un processo che si caratterizza con la successiva fase di smaltatura bagnata a mano e le decorazioni ultime. Sono tecniche ultrasecolari che si tramandano di padre in figlio, parte del patrimonio storico di Rutigliano dove la seconda metà di gennaio è tradizionalmente dedicata alla Fiera Del Fischietto in Terracotta, manifestazione annuale che porta in piazza l’esposizione di migliaia di fischietti e manufatti d’argilla realizzati da abili artigiani, anche musica e gastronomia locale. In concomitanza si svolge il Concorso Nazionale del Fischietto in Terracotta “Città di Rutigliano”.
Le origini di questa festa sono antichissime e fanno parte dell’eredità culturale locale che fonda sacro e profano alla millenaria tradizione dell’arte figulina. Figuli, infatti, sono chiamati gli antichi fischietti di terracotta che utilizzavano i pastori per richiamare i greggi dal pascolo – di qua l’associazione della Festa del Fischietto a quella di Sant’Antonio Abate, protettore degli animali – e “figulini” sono gli artigiani che realizzavano (e realizzano) l’oggetto sibilante. In origine però essi riservavano alla realizzazione di queste ceramiche sonanti solo ritagli di tempo, finalizzando il tutto alla vendita in esclusiva durante l’evento fieristico: la principale produzione per il sostentamento familiare era riposta in vasi, tegole, suppellettili e stoviglie di uso domestico.








