Dagli abiti da sposa e drappeggi da cerimonia a vestiti d’epoca per il teatro, tra cui gonnelloni per opere di flamenco, corpetti e tutù per la danza classica. Diademi e corone per il Dia de Muertos, borse in macramè, ricami tridimensionali secondo la tecnica stumpwork e lavori all’uncinetto. Ancora, origami tessili, collane e bracciali. Tutto rigorosamente fatto a mano. È parte della produzione di Yuni Canosa, artista-artigiana di Gioia del Colle, originaria di Cuba. Con infinita dedizione, Yuni realizza ricami di alta moda, si dedica alla sartoria artistico-creativa, non meno importante il settore dell’accessoristica. Nel suo laboratorio abitano aghi e forbici, perline di ogni forma e dimensione, manichini e bozze di cartamodelli, fili colorati e stoffe, righelli e squadre. Usa qualsiasi materiale, anche il più variegato: bottiglie di plastica diventano paillettes, vecchie lenzuola si trasformano in tappeti, sempre utili jeans e tracolle di pelle, ricchezza pura un piattino deteriorato o una tazza rotta, spendibili questi per realizzare piccoli elementi decorativi per orecchini o capi d’abbigliamento, essenziale il filo di ferro.
Yuni nasce a Matanzas (Cuba) nel 1978 in una famiglia ricca di valori. Cresce tra donne faccendiere, vive in un nido amorevole dove la passione per l’artigianato è un valore aggiunto, non soltanto fonte di reddito. Da generazioni scorre nelle vene creatività innata, sconfinata: sua nonna realizza abiti da sposa e acconciature, la mamma compone favolosi bouquet, la zia un’abilissima sarta. Oltre la finestra la dittatura e una decadenza disarmante, tra le mura domestiche un mondo fatto di speranze e desideri ma ancor prima di filamenti, tessuti, colori e riviste.
Non più di otto anni, Yuni si cimenta con i primi vestiti per le bambole, sperimenta qualche ricamo elementare, ma è essenzialmente ancora il tempo in cui osserva con attenzione e curiosità le mani esperte di casa. È altresì il tempo della scuola e della formazione. Nella primavera della vita danza folklore in un corpo di ballo e studia Ingegneria genetica biotecnologie (non discute la tesi di laurea ma, tra i tanti sogni nel cassetto, tuttora vive il desiderio di completare il ciclo accademico e diventare genetista). Nel 1998 conosce Fabrizio, un giovane italiano in vacanza a Cuba. È un amico della giovane il veicolo del loro primo incontro: per guadagnare qualche soldo, questi si offre come autista di Fabrizio durante il suo soggiorno. Nel mezzo di uno spostamento, una pioggia torrenziale induce il conducente ad accogliere nell’abitacolo l’universitaria: una semplice carineria, tipica dell’animo dei leoni dei Caraibi. In macchina c’è Fabrizio, futuro marito della donna.
Una storia nata per caso, uno di quegli idilli d’amore rari, da film. E proprio per amore Yuni si trasferisce in Italia, nel dettaglio in Puglia, a Gioia del Colle. È disorientata, non conosce nessuno, l’italiano una lingua ascoltata soltanto in una manciata di lezioni all’università, usanze e modi di fare ben lontani dall’ospitalità e dallo spirito fraterno dei cubani. Nei primi tempi il patrimonio ereditato e il vezzo creativo per il ricamo e la sartoria rappresentano il collante con la nuova vita, fonte di primordiale sopravvivenza e forma di intrattenimento. “A chi appartieni”, le viene chiesto. È uno dei grandi dilemmi al quale Yuni non fa eccezione, il classico quanto stucchevole quesito meridionale tra senso di accoglienza, pettegolezzo paesano e sincera curiosità. “A chi appartenevo? A nessuno! O meglio, non era facile da spiegare. Adesso appartengo a voi se mi volete accogliere, dicevo alla famiglia di Fabrizio. Penso che l’integrazione debba partire da te, non da chi ospita. È chi arriva che deve accogliere le differenze e farle proprie, volersi integrare nel contesto socio-culturale, economico. Non si deve aspettare, pretendere un’apertura: la devi creare da te facendoti conoscere. Se dimostri di essere una brava persona, la gente si apre”.
Yuni riprende a fare lavori per se stessa come vestiti e oggetti d’utensileria, soprattutto per ingannare il tempo. Cuce, riprende il tanto amato macramè e pian piano con la tecnica di intreccio riveste mobili e pareti ‘affolando’ tutta casa, continua a ricamare. Ricerca panni al mercato, spilli e filato alla merceria, poi acquista la prima macchina da cucire dal parco commerciale di Casamassima, un vecchio modello Toyota oramai dismesso. Propone il ricamo in aziende e atelier con avvilente insuccesso, almeno all’inizio. I prodotti di Yuni però acquistano la meritata considerazione, sono rivalutati e la stessa donna intraprende una nuova avventura stringendo importanti collaborazioni sul territorio. Ad esempio, con il sistema multicanale di Nartist e la sartoria Prisciantelli. Non meno considerevoli i rapporti stretti con altri artisti emergenti, scuole ad indirizzo moda, gruppi associativi. Presto maestra di bigiotteria all’Università della terza età e insegnante in percorsi per le competenze trasversali e l’orientamento, protagonista in contest internazionali e festival, promotrice di manifestazioni di settore con l’associazione culturale Enjoy. Nel cuore un’inguaribile artigiana, la vita le concede di vivere appieno lo status di artista. La fortuna di poter sempre scegliere cosa fare e non fare, un privilegio garantito a pochi. Pochissimi.
Ricamo e sartoria sono volano per esprimere artisticamente le sue infinite idee, un mezzo per coltivare la profonda passione per l’artigianato seminata con religiosa devozione dalla quota rosa di famiglia, uno sfogo personale nonché strumento terapeutico e motivo di evasione, ma anche un veicolo per conoscere luoghi e storie. Quando c’è richiesta è indubbiamente sinonimo di lavoro. L’attività è per Yuni un modo per superare le avversità a Cuba, ma anche una guida per l’inserimento e l’integrazione in un’Italia sconosciuta. “È utile per tenere la mente allenata e lo stomaco pieno. A Cuba l’artigianato era uno dei pochi modi per guadagnare il pane. Qui mi ha aiutato a tenermi in asse soprattutto all’inizio, quando avevo solo mio marito”.








