“Le collaborazioni tecnologica e commerciale tra Israele e Puglia sono un bene comune estremamente prezioso e mutualmente vantaggioso, che non deve essere danneggiato da strumentalizzazioni politiche. Certamente, i cittadini della regione Puglia e della città di Bari non trarranno alcun guadagno dalla decisione presa dal sindaco del capoluogo. L’interesse della popolazione pugliese non deve essere danneggiato dalle decisioni politiche locali”. Lo scrive in una nota l’ambasciata di Israele in Italia dopo la decisione della Fiera del Levante di escludere Israele dalla campionaria, come sollecitato dal sindaco di Bari, Vito Leccese.
Sulla questione è intervenuta anche l’Unione delle Comunità Ebraiche Italiane. “Al presidente Frulli chiediamo di ripensare la sua scelta di escludere Israele dalla Fiera del Levante – scrive la presidente dell’UCEI, Noemi Di Segni -. Ci si può impegnare a favore della popolazione civile palestinese – aggiunge – con azioni di concreto supporto anziché intraprendere iniziative che aiutano solo a fare palpitare il cuore e favorire realmente chi promuove propaganda e campagne di odio. Se poi vige un filtro morale che porta a escludere Paesi in quanto tali con tutte le loro aziende ci aspettiamo un elenco molto lungo di Paesi che esprimono politiche lontane da ogni concetto di umanità e democrazia”.
Di Segni suggerisce di impegnarsi in azioni di supporto di altro genere, “come stanno facendo numerosi enti e Paesi, tra cui l’Italia, e la stessa Israele. Il boicottaggio di Israele nel suo insieme – dice ancora – non solo non aiuterà i bambini di Gaza a recuperare infanzia e sogni perduti come li hanno persi quelli israeliani dopo il 7 ottobre, ma non aiuterà a fare emergere una loro classe dirigente, di ingegneri ed esportatori capaci di investire e vedere oltre l’economia gestita oggi da Hamas”.
“Nell’immediato – prosegue la presidente – danneggia la stessa Puglia svuotando il territorio di una presenza che da anni opera nella Regione portando sviluppo, tecnologie innovative specialmente nel campo dell’agricoltura e trattamento delle acque con soluzioni di avanguardia, cosi come il turismo, la ricerca. E sono proprio aziende israeliane dei Kibuz e città colpite il 7 ottobre che credevano fermamente nella convivenza con i palestinesi e con loro hanno maturato modelli di sviluppo e trasferimento di know how e tecnologie ad essere colpite da questa decisione”.
“Quelle che guardano ai legami con città e regioni gemellate per vicinanza climatica, in Italia e nella stessa vicina Gaza, che invece potrebbero aiutare quel ‘giorno dopo’ per una ricostruzione e recupero a favore della popolazione palestinese – conclude Di Segni -. Perché allora non invitare proprio queste aziende, università, entità esperte israeliane capaci di promuovere il bene anche di Gaza? Perché questa illogicità?”.





