‘Biancorossi per sempre’ dedica il suo nono appuntamento al portiere del Bari delle stagioni 1977-78 e 1978-79: Graziano De Luca. Nato a Orvieto il 20 novembre 1952, con i guanti del Bari ha collezionato 48 presenze in due campionati di B. Dopo Bari, ha difeso la porta del Lecce per quattro stagioni di B. Appesi i guanti al chiodo, ha svolto il ruolo di preparatore dei portieri tra serie C e D. Oggi, 72enne, vive a Viceno – Castel Viscardo (Terni) e allena i portieri delle giovanili dell’Orvietana.
Graziano, è giunto a Bari nell’estate del 1977, proveniente dalla Ternana.
“Sì, il Bari mi acquistò per volontà del direttore Regalia. Sicuramente, mi videro due anni prima, quando affrontai il Bari con la maglia della Nocerina, facendo bene. Ero entusiasta di venire in una grande squadra, appena promossa in B”.
Com’è stato l’impatto col biancorosso?
“Un po’ traumatico: era appena deceduto il presidente De Palo, che mi acquistò poche settimane prima e che avevo appena conosciuto. Eravamo in ritiro estivo vicino Rieti, nel paese nativo di Lucio Battisti (Poggio Bustone, ndr), dove c’era solo albergo e campo, quando arrivò la notizia. Scendemmo a Bari per i funerali, e poi risalimmo per concludere la preparazione. Fummo sconcertati, per fortuna ci rimettemmo in carreggiata con l’avvento di Matarrese”.
Che rapporto ha avuto col presidente Matarrese?
“Era giovane, rampante. Giocava con noi, tirava i rigori e a volte scommettevamo diecimila lire ai rigori: glieli ho parati tutti. Ma le diecimila non le ho mai volute”.
Come sono stati i suoi due anni baresi?
“Un po’ travagliati: nel primo non partii benissimo ma mi ripresi subito, mentre nel secondo anno giocai meno con l’arrivo di Corsini, e spesso mi alternavo con Venturelli; ci ricompattammo negli ultimi tre mesi, spesso in ritiro a Castellaneta, e ci salvammo in extremis. Losi, Santececca e Catuzzi avevano una buona considerazione di me. Bari è una piazza particolare, e il portiere dà subito nell’occhio”.
Qual è stato l’allenatore biancorosso con cui ha più legato? E quello con cui ha legato meno?
“Ho legato moltissimo con Losi: lo consideravo un padre. Era un romanaccio, ma molto umano: quando fu esonerato provammo a metterci di traverso. Corsini, invece, non ha lasciato un buon ricordo: era il classico del Nord, di poche parole, e gli piaceva comunicarci la formazione mentre eravamo in strada per andare al cinema. Quando lo vedevamo arrivare, scappavamo (ride, ndr) e ci rincorreva. Per bravura, Catuzzi fu il numero uno. All’epoca non c’era l’allenatore dei portieri, e, quindi, li allenava lui nel periodo da vice allenatore. Catuzzi, tra l’altro, aveva la fidanzata dalle mie parti, ad Acquapendente, e ogni tanto lo vedevo con l’auto. Un uomo eccezionale”.
Qual è la partita che ricorda con più piacere?
“Bari-Sampdoria 2-0: feci una grande gara”.
Come descriverebbe il portiere Graziano De Luca?
“Un buon portiere di serie B: costante, forte tra i pali, con buona rapidità e prontezza. Un po’ scarso coi piedi, ma all’epoca non ci chiedevano di usarli”.
Riti scaramantici in campo?
“Sempre, fino ai 40 anni. A Bari portai un tappo di spumante che risaliva al mio diciottesimo compleanno: in ogni partita, lo mettevo nel cappellino o vicino al palo. Ma anche prendere aspirina o caffè prima della gara, o legare in un certo modo i nastri intorno ai polsi”.
Ne aveva parecchi di riti scaramantici.
“Non ero il solo, ne eravamo tanti così. Non li avevo mai svelati a nessuno prima d’ora”.
Ce l’ha ancora quel tappo di sughero?
“No, forse lo avrò perso in qualche campo. Qualcuno ha pensato che un portiere avrà brindato”.
Ha un ricordo particolare legato al suo periodo barese?
“Nell’ultima di campionato contro il Cesena: stavo festeggiando la salvezza in campo, quando mi chiamarono nel tunnel degli spogliatoi e mi comunicarono la nascita di mia figlia. Presi la mia Bmw e corsi subito a Orvieto: l’auto diventò rossa per la velocità. Il giorno dopo tornai per fare il testimone di nozze a Petruzzelli, per poi ritornare la sera in Umbria: feci 2mila chilometri in 48 ore (ride, ndr). A casa portai aragosta e spumante, che mi fecero trovare a Bari i miei compagni di squadra”.
Le è piaciuta la cucina barese?
“Mi manca un sacco la cucina barese! Abitavo a Santo Spirito e mangiavo ricci, allievi e polpi crudi di nascosto, perché gli allenatori non volevano farceli mangiare: ancora oggi mi è rimasto il sapore. Il pesce fresco di Bari, non l’ho mai più trovato da nessuna parte”.
E i panzerotti?
“Mamma mia! Degli amici ci invitavano spesso a “Riva del sole”, a Giovinazzo, e cucinavano dei panzerotti stupendi”.
Che rapporto ha avuto con la città di Bari?
“Bello. Spesso frequentavo il quartiere San Paolo: avevo un amico sacerdote che mi invitava a cena, per passare dei momenti scherzosi coi ragazzi della chiesa San Paolo. Lo confido adesso per la prima volta. Coi tifosi, invece, inizialmente non fu un rapporto bellissimo, ma si sono subito ricreduti”.
Il suo posto preferito in città?
“Bari vecchia, ma all’epoca non era molto accessibile. San Nicola di Bari è anche il santo protettore del mio paese, Viceno. Un giorno portai dei parenti a vedere la basilica, e un vigile, appena entrati a Bari vecchia, disse a mia moglie di togliere pelliccia e gioielli perché avremmo subito un rapina”.
Quale attaccante le ha dato più filo da torcere?
“Cantarutti, che mi mandò in ospedale con una spalla lussata, Aldo Serena, Chiorri, Beccalossi, ma anche Iorio, il quale mi fece gol quando militavo nel Lecce”.
Le hanno mai fatto uno scherzo nello spogliatoio?
“Io ero uno che gli scherzi li faceva: mettevamo i tacchetti coi chiodi sotto alle scarpe da passeggio, oppure tagliavamo un pezzo di pantalone prima di riattaccarlo con lo scotch. Nel tavolo dello spogliatoio giocavamo a calcio tennis, due contro due”.
Come giudica la sua parentesi barese?
“Una bella tappa della mia carriera. Ma ho un rammarico: avrei voluto dare di più”.
Segue il calcio?
“Non lo seguo molto perché non mi piace. Preferisco il calcio inglese, l’italiano non mi attira più. Ma Bari merita la A”.
Cosa fa oggi?
“Sono in pensione. Per più di trent’anni, ho avuto un’attività nel settore delle vernici, prima di passarla a mio figlio, a gennaio scorso. Oggi sono tornato a vivere nel mio paese, dopo una vita d’assenza: ho vissuto per quarant’anni a Poggibonsi. Collaboro col settore giovanile della Orvietana: mi diverto ad allenare i piccoli portieri. Vivo nella mia terra, sulle colline umbre, e ho ancora voglia di fare qualcosa. Ma l’orto non mi piace farlo: preferisco sempre la terra di un campo da calcio”.







