Sono otto le persone arrestate all’alba del 17 settembre a Bari e provincia, ritenute appartenenti al clan Strisciuglio e dedite al traffico di sostanze stupefacenti. La Polizia di Stato ha eseguito un’ordinanza di applicazione di una misura cautelare personale, emessa dal gip del Tribunale di Bari, su richiesta della locale Direzione Distrettuale Antimafia, nei confronti di otto soggetti, operanti in varie zone del capoluogo regionale e in diversi Comuni dell’area metropolitana barese.
Degli otto, sette finiscono in carcere e uno agli arresti domiciliari: sono considerati membri di una associazione a delinquere armata, dedita al traffico e alla commercializzazione di sostanza stupefacente (cocaina, eroina e marijuana) nei Comuni di Palo del Colle, Bari e Bitonto. Diciotto gli indagati. In carcere sono finiti: Giuseppe Signorile, Nicola Primavera, Rodolfo Scardicchio, Giovanni Signorile, i fratelli Marco e Franco Vincenzo Lopez, Mohamed Nefati. Ai domiciliari Tommaso Peschetola. Chiesto l’interrogatorio preventivo per Gaetano Focarazzo.
L’indagine è stata condotta dalla Squadra mobile della Questura e dal Servizio centrale operativo della Polizia, e ha evidenziato come il traffico di droga fosse sviluppato soprattutto a Palo del Colle, e come il gruppo criminale ricorresse facilmente alle armi, ogniqualvolta fosse ritenuto necessario per dirimere controversie e contrasti con i clan avversari.
Il lavoro della Polizia ha permesso di ricostruire le dinamiche di funzionamento del gruppo, ma anche la sua capacità intimidatoria: è stato ricostruito un raid armato nel quartiere Japigia di Bari, finalizzato a sequestrare un appartenente a un clan rivale (Riccardo Campanale, del clan Parisi-Palermiti). A comandare il raid era stato Giuseppe Signorile, fra gli arrestati del blitz di stamattina. I fatti risalgono al 6 novembre 2019, il commando era armato con kalashnikov e mitra, il sequestro non riuscì ma furono comunque esplosi numerosi colpi di arma da fuoco all’abitazione della vittima. Proprio per questo episodio, è stata riconosciuta l’aggravante del metodo mafioso, perché – riconosce la polizia – l’azione criminale è stata compiuta “con armi e in pieno giorno, avvalendosi della forza e della capacità d’intimidazione derivanti dall’appartenenza al clan”.
I membri del gruppo criminale, inoltre, erano soliti parlae fra loro con un linguaggio criptico e convenzionale, per confondere eventuali attività investigative. Il gergo adottato era finalizzato a distinguere il tipo di droga, anche relativamente alla qualità: e quindi, relativamente al grado di purezza, si usavano termini come “buona”, “bomba” o “dinamite”. Per ricostruire l’attività del gruppo criminale, il personale della szione Antidroga della Squadra mobile di Bari ha utilizzato intercettazioni telefoniche e ambientali, pedinamento e videoregistrazioni, perquisizioni, sequestri e arresti in flagranza di reato. Ma non solo: alcuni agenti hanno lavorato sotto copertura, fingendosi assuntori di droga e riuscendo così a documentare e acquisire prove sulle numerose cessioni di sostanze stupefacenti da parte dei pusher. Fondamentali anche le dichiarazioni rese da alcuni collaboratori di giustizia.




