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Home » Sport » Biancorossi per sempre, ‘Ginetto’ Boccasile: dalle partitelle per la strade di Japigia al Bari – L’intervista

Biancorossi per sempre, ‘Ginetto’ Boccasile: dalle partitelle per la strade di Japigia al Bari – L’intervista

diVincenzo De Rosa
5 Ottobre 2025
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© Riproduzione riservata

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La rubrica ‘Biancorossi per sempre’, questa volta dedica il suo dodicesimo capitolo a un barese verace, cresciuto nel quartiere Japigia, che dalla Primavera biancorossa è riuscito a esordire in prima squadra, collezionando 11 presenze nella stagione 1979-80: Luigi, detto “Ginetto”, Boccasile. Nato a Bari il 16 marzo 1960, di ruolo attaccante, ha poi svolto anche il ruolo di allenatore sino alle categorie dilettantistiche. Oggi, 65enne, lavora e vive nel quartiere Poggiofranco di Bari.

Luigi, qual è stato il suo sogno da bambino?

“Fare il calciatore e giocare nel Bari”.

Dove ha iniziato a tirare i primi calci al pallone?

“Per le strade del quartiere Japigia. Poi passai alla società “Rossani”, giocando nella categoria Allievi, dove rimasi solo un anno prima di passare al Bari”.

Come si è realizzato il passaggio nei biancorossi?

“Il mister delle giovanili del Bari, Gilberto Schino, mi notò quando ero alla “Rossani”, durante un’amichevole proprio contro di loro. Feci un anno di Allievi, e poi, a 17 anni, mi svincolarono e mi mandarono improvvisamente a Manfredonia, in D”.

Perché?

“Non ricordo. Ero ragazzino, e forse dissi una parola fuori posto a qualcuno della società. Dopo un anno, il Bari tornò sui propri passi e, grazie a Regalia, mi cercò per la squadra Primavera di Catuzzi. Però, per problemi di svincolo, andai prima per un anno nell’Altamura”.

È stato contento del rientro al Bari? 

“Certo. Come dicevo prima, i biancorossi sono sempre stati il mio sogno”.

Quanti gol fece in Primavera? 

“Tanti. Furono annate molto soddisfacenti. Con Catuzzi eravamo micidiali: in attacco giocavo con Corrieri e Del Zotti, ma avere alle spalle un centrocampo composto da De Rosa, Giusto, Nicassio e Piero Armenise, era un piacere enorme. Davamo spettacolo ovunque. Gli avversari non vedevano mai la palla”.

Ricorda un aneddoto?

“In una trasferta ad Avellino, appena arrivati ci fermammo in un viale dove c’era un barbiere in cui c’era il famoso presidente Sibilia. Appena ci vede arrivare, ci fece convocare nel barbiere ma nessuno volle andare perché incuteva paura: mi presentai io, con l’aria spavalda da ragazzino, e mi disse che aveva messo un premio per batterci, e che era meravigliato dal fatto che non perdevamo mai, nonostante fossimo giovanissimi, e che lui, invece, aveva speso un miliardo per allestire la Primavera. Gli risposi che avremmo battuto anche la sua squadra. Durante la gara giocata al “Partenio”, però, fece un acquazzone incredibile e perdemmo la partita per 1-0″.

Poi passò in prima squadra e raccolse 11 presenze (quattro da titolare) nella B del 1979-80.

“Sì. Il Bari era in emergenza a causa degli infortuni occorsi ai due attaccanti, Libera e Gaudino. E così mi promossero in prima squadra per 11 partite”.

Niente male, però, essere catapultato improvvisamente tra i grandi.

“Sì, fu emozionante, ma fu un impatto strano: Renna giocava in un modo molto semplice, mentre io ero abituato agli schemi di Catuzzi, dove facevamo un calcio spettacolare, a zona, con movimenti impensabili per l’epoca. E poi non fui fortunato: presi due pali e due traverse, senza riuscire a fare gol”.

Con chi ha fatto coppia in attacco? 

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“Con Vincenzo Chiarenza. Ma in campo mi veniva spontaneo dare consigli tattici, perché ero abituato agli schemi di Catuzzi”.

Come descriverebbe il calciatore Gino Boccasile?

“Una punta atipica, non statica, perché mi piaceva giocare con gli altri e muovermi molto. Anche perché me lo insegnava Catuzzi. Ero bravo nel colpo di testa, nel giocare di sponda e nell’andare in profondità”.

Qual è stato il suo numero di maglia biancorossa?

“Sempre il numero 9”.

Dopo l’esperienza con i ‘galletti’, ha proseguito la carriera in altre serie.

“Sì, tra serie C e altre serie minori. Vinsi un campionato di Eccellenza, memorabile, ad Andria. Poi non andai tanto bene e iniziai un po’ a mollare: a 30 anni, smisi di giocare”.

E cosa ha fatto?

“Subito l’allenatore: prima le giovanili di Japigia e Pro Inter, con cui vinsi uno scudetto, e poi in Promozione e Eccellenza tra Noicattaro (scudetto Under 18), Japigia, Mola e Matera”.

Qual è stato il suo momento più bello vissuto in biancorosso?

“Una mia doppietta in Primavera nel derby contro il Lecce. Fu un bel momento”.

Ha dei rimpianti?

“Niente rimpianti. È giusto che sia andata così. Forse era quello che meritavo. Quando giocavo a Manfredonia, però, mi cercò il Milan, ma mi chiamava sempre il dottor Minguzzi del Bari e scelsi i biancorossi”.

Chi è stato il suo idolo calcistico?

“Italo Florio: era uno spettacolo. Da bambino, andavo con mio padre allo stadio della Vittoria a vedere il Bari”.

Le piace il calcio di oggi?

“Il pallone è sempre quello, ma è cambiato molto rispetto ai miei tempi: oggi c’è molta fisicità e velocità. Il calcio italiano è il più difficile, perché gli allenatori sono tutti molto preparati a livello tattico”.

Segue il Bari?

“Certo. Come si fa a non seguire il Bari? Anche se, ultimamente, ci sta un po’ deprimendo”.

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