6 novembre 1926: una data custodita nell’archivio della tristezza della città di Bari. 99, infatti, sono gli anni passati da uno degli eventi più catastrofici che i baresi hanno vissuto: la terribile alluvione che ha devastato la città nella notte tra il 5 e il 6 novembre. In quelle drammatiche ore, Bari fu messa letteralmente in ginocchio dalla furia dell’acqua, la quale si riversò in città dopo aver abbattuto gli argini del torrente Picone, costruiti a seguito delle precedenti rovinose alluvioni del 1905 e del 1915. Una pioggia a dirotto, infatti, si era abbattuta in città e provincia nei due giorni precedenti, e la diga, non reggendo la forza straripante della piena, si annientò dando via a terrificanti ondate di acqua, fango e detriti alte circa cinque metri, che travolsero tutto ciò che trovarono sul loro percorso.
La zona più colpita fu quella che comprendeva via Principe Amedeo, via Nicolai, via Manzoni, via Quintino Sella, via Ravanas e via Trevisani, con alcuni stabili completamente demoliti dalla potenza impressionante dell’acqua. Ma, purtroppo, palazzi, cantine, negozi e strade cittadine non furono le uniche vittime del maltempo: la piena causò 19 morti e una valanga di feriti. Il giorno dopo, per le vie del centro si andava in barca alla ricerca di persone da salvare.
Migliaia di famiglie (circa 6mila baresi) avevano perso tutto: poco dopo, infatti, il governo costruì il palazzo dedicato agli alluvionati, che resiste ancora oggi nel quartiere Libertà, alle spalle della Manifattura; sulla facciata dello stabile è ancora impressa l’epigrafe “Alluvione VI novembre MCMXXVI”. Questo devastante episodio sollecitò il governo alla costruzione dei famosi canaloni a nord e a sud della città, con l’obiettivo di evitare l’irruente invasione di acque piovane e le piene dei torrenti murgiani.
Subito dopo la tragedia, grazie alla piantumazione di numerosi alberi utili al drenaggio delle acque piovane, nacque la foresta Mercadante, in precedenza area spoglia che non offriva resistenza all’acqua, la quale fluiva senza ostacoli fino al fondovalle: da Cassano delle Murge, infatti, si diramava una grande lama che si intersecava proprio nel tempestoso torrente Picone, il principale corso d’acqua barese. Oggi, in alcune zone della città sono presenti delle targhe che ricordano l’alluvione e l’altezza dell’acqua sul livello stradale. L’alba del 6 novembre 1926, dunque, diede luce a una Bari devastata, annientata, lacerata da una ferita che si trascinerà dietro per sempre.





