La rubrica ‘Biancorossi per sempre’ dedica il suo ventitreesimo appuntamento all’ex capitano di un Bari che ha raggiunto il risultato più alto della sua storia, quello della serie A con mister Fascetti: Luigi, per tutti Gigi, Garzya. Nato il 7 luglio 1969 a San Cesario di Lecce, ha indossato la maglia del Bari dal 1996 al2000, totalizzando 116 presenze in campionato, delle quali 79 in serie A. Difensore leale e grintoso, rapido, dotato di un buon senso tattico, è stato un punto fermo della difesa barese, da lui diretta con la maglia numero 2. Soprannominato “Il sergente”, in riferimento al Sergente Garcia della famosa serie TV “Zorro”, è ricordato come uno dei capitani più gloriosi della storia biancorossa. Oggi, 56enne, dopo esperienze da allenatore professionista, vive in Salento, nel suo paese d’origine, dove gestisce delle case
vacanze.
Gigi, è arrivato a Bari nell’estate del 1996. Chi l’ha voluta?
“Mister Fascetti, con il benestare di Regalia. L’allenatore mi conosceva bene per avermi avuto a Lecce, quando ero giovanissimo. Il Bari era appena retrocesso dalla serie A, per assurdo con il capocannoniere della categoria, e la difesa era il primo reparto importante da sistemare”.
Da buon salentino e bandiera del Lecce, come hanno accolto il suo trasferimento a Bari?
“A Lecce non la presero benissimo, proprio per la forte rivalità con i baresi. Ma anche per i baresi non era il massimo avere un leccese in squadra. Ha però prevalso il mio professionismo, e i tifosi del Bari lo hanno capito subito volendomi bene”.
Qual è stato il suo sogno da bambino?
“Diventare calciatore o cantante. Se avessi potuto scegliere avrei voluto fare il cantante o il musicista, perché mi piaceva anche suonare gli strumenti. Ma uno dei miei sogni si è avverato”.
Quindi possiamo dire che ha cantato sotto la doccia… dello spogliatoio.
“Anche! Sono sempre stato molto intonato, e la musica è davvero la mia passione. Pensa che ho una collezione di quasi 6mila cd. A Bari, infatti, mi sono trovato bene col portiere Franco Mancini, un altro grande appassionato di musica, ma di altro genere rispetto al mio”.
Qual è il suo genere musicale?
“Amo tutta la musica. Mi piace molto la musica italiana, ma anche il rock e il pop”.
E la canzone da lei meglio intonata?
“‘Cinque giorni’ di Michele Zarrillo, che è uno dei miei cantanti preferiti. È anche un mio grande amico, ed è stato il padrino di mio figlio”.
Non male ottenere una promozione in A al suo primo campionato in biancorosso.
“Sì, infatti. Costruirono una squadra per vincere: fu un campionato sofferto, ma poi vennero fuori tutti i nostri valori. Una grande cavalcata”.
E poi tre anni di serie A a grandi livelli. Cosa ricorda di quel bel periodo?
“Anni meravigliosi, fantastici. Secondo me, quei tre anni di serie A sono stati i più belli della storia del Bari. Le squadre avversare avevano paura di venire a giocare da noi, perché eravamo una grande squadra, con calciatori che hanno militato nelle grandi squadre, e giocavamo in uno stadio che era una bolgia”.
Qual è stato il segreto di quel Bari che vinceva contro le grandi squadre?
“Avevamo molta personalità, che ci ha fatto venire fuori da ogni momento buio. E, poi, al San Nicola non era facile giocare anche per noi, perché ti metteva i brividi. Noi davamo sempre il massimo. Anni dopo, quasi tutti gli avversari di campo mi hanno detto “Ogni volta che giocavamo contro di voi era davvero una gran rottura di scatole””.
Qual è la gara che ricorda con più emozione?
“La festa promozione contro il Castel di Sangro. Quel giorno se fosse arrivato il Real Madrid, l’avremmo devastato perché eravamo carichissimi. Ma anche quella del famoso gol di Cassano contro l’Inter. Tutti si ricordano del gol di Antonio, ma anche Enyinnaya fece un gran gol”.
Nonostante un attacco con due giovanissimi della Primavera, vi aspettavate una vittoria contro l’Inter?
“Sì, perché avevano tutti personalità. Loro fecero la partita della vita, con Cassano che ha dimostrato tutto il suo valore”.
La sua migliore soddisfazione con la maglia del Bari?
“Nell’anno della promozione in A, ho vinto il “Galletto d’oro””.
Qual è l’attaccante più forte che ha marcato?
“Quando giocavo nel Lecce, ho marcato Maradona. Ma anche Ronaldo e Hubner, per fare qualche nome. Ogni domenica trovavo un campione davanti: da Del Piero a Baggio. I migliori calciatori giocavano in Italia, e gli stranieri più forti venivano da noi”.
E l’attaccante che le ha dato più filo da torcere?
“Schillaci era un rompiscatole, in senso buono. Quando giocavo nella Roma, mi ruppe anche il setto nasale”.
Chi è l’allenatore al quale è più legato?
“Fascetti per me è stato come un padre: nel Lecce mi fece esordire in A a 16 anni, e poi mi ha rivoluto a Bari. L’altro è Mazzone, che ha avuto molta fiducia in me, a Lecce e Roma. E poi Gigi Simoni, il quale mi volle fortemente a Torino dopo Bari, ma fu esonerato poco dopo il mio arrivo, e non mi trovai bene con gli altri allenatori”.
Eppure, con Fascetti successivamente ci sono stati problemi che l’hanno portata a concludere la sua ottima esperienza nei ‘galletti’.
“Con lui si ruppe qualcosa: avevo riferito alla società di Matarrese che c’era qualcosa che non andava, perché i risultati non arrivavano, e successivamente fui messo fuori rosa all’improvviso. Fascetti annunciò di avere messo fuori rosa me e Mancini”.
Si è mai chiesto il perché di quell’esclusione definitiva?
“Sì, ma ancora oggi non ne conosco il motivo. Non ricevetti nessuna spiegazione, nemmeno da Regalia. Eppure ero il capitano, e mi aspettavo più solidarietà anche dai miei compagni. Furono mesi molto tristi, perché io e Franco (Mancini, ndr) ci allenavamo da soli al San Nicola, fino alla cessione”.
Fascetti l’ha più rivisto?
“No, ma mi piacerebbe rivederlo anche per capire il perché di quella scelta. Mi lasciai male sia con Fascetti che con il presidente Matarrese. Lo spero di cuore”.
Dopo Bari finì al Torino, in B, nel mercato di riparazione del 2000-2001. A proposito: in un Bari-Torino, quando lei era capitano del Bari, ha avuto una brutta lite in campo col granata Diawara. Cosa successe esattamente?
“Assomigliavo un po’ al mio compagno di squadra Del Grosso, che gli aveva rotto il naso, e Diawara mi confuse con lui: me ne diceva di tutti i colori, e non capivo perché ce l’avesse con me. In quella gara, infatti, mi soffiò in faccia e scoppiò un parapiglia. Ma l’ho ritrovato dopo qualche mese al Torino, come compagno di squadra, ed è un bravissimo ragazzo”.
Cosa ha significato per lei essere un importante capitano del Bari?
“Non ho fatto molta fatica a fare il capitano: l’ho fatto fuori e dentro il campo, ma avevo una squadra con grande carattere. Ho messo a disposizione la mia esperienza, e i ragazzi mi hanno seguito”.
È salentino, ma si sente un po’ barese?
“Sono molto legato a Bari. La mia compagna è di Bari e il mio secondo figlio è nato a Bari”.
Com è stato il suo rapporto con la città barese?
“Molto bello. Andavo a mangiare in tanti ristoranti tipici, e poi la favolosa pizza della storica “Da Donato” era una tappa immancabile, ci andavo sempre con Franco Mancini. Abitavo a Poggiofranco, in via Salvatore Matarrese. Il centro città e il mare, i miei luoghi preferiti”.
Il suo rapporto con la cucina locale?
“La prima volta che arrivai a Bari mi portarono in un ristorante: mi arrivò davanti il polpo crudo e dissi “Ok, ma quando viene cucinato?” (ride, ndr). Poi l’ho assaggiato, e non ho più smesso di mangiarlo. Ricordo anche gli allievi, che non avevo mai visto in vita mia. Fantastici”.
Come descriverebbe il calciatore Gigi Garzya?
“La concentrazione è stata una delle mie caratteristiche principali. Sono stato uno dei difensori marcatori più veloci della serie A, molto bravo nell’anticipo”.
Con quale suo compagno di squadra è andato più d’accordo?
“Franco Mancini, senza dubbio. Avevamo un rapporto unico. Ma anche con Ventola e Cassano mi sono divertito molto”.
Le hanno mai fatto qualche scherzo?
“Il divertimento assoluto era nello spogliatoio: arrivavamo un’ora prima per giocare a calcio tennis o ad altri giochetti. Facevamo gruppo e aggregazione. Ma quando salivamo i gradini del San Nicola per entrare in campo, non ce n’era per nessuno”.
Il periodo più bello della sua carriera?
“Bari e Roma, perché ero nel massimo della mia maturità calcistica. A Lecce ero molto giovane”.
Cosa fa oggi?
“Con degli amici ho una scuola calcio nel mio paese, in Salento, la polisportiva “San Cesario”, che conta quasi 190 ragazzi: alleno e sono responsabile del settore giovanile. Ma da un po’ di tempo lavoro nel giro delle case vacanze nel centro storico di San Cesario. È stata una scelta di vita: non mi andava più di girare per allenare, in un calcio che non mi affascina più come prima”.
Segue il Bari?
“Vedo tutte le partite dei biancorossi. Oramai si è rotto il giocattolo, non c’è più feeling tra società e tifosi. Credo che salverà la categoria, ma così non si può andare avanti”.
Ha un rimpianto?
“No. Avrei messo la firma per fare quelle che ho fatto, sono stato fortunato a fare il calciatore. Di sicuro, avrei tanto voluto sedermi a tavolino con il Bari per capire se si poteva fare qualcosa per farmi restare”.








