Per Calvino il cinema del dopoguerra manifesta, rispetto alla letteratura, una maggiore capacità di incidenza nell’osservazione e nella conoscenza della realtà: “Non c’è un mondo dentro lo schermo illuminato nella sala buia, e fuori un altro mondo separato da una discontinuità netta. La sala buia scompare, lo schermo è una lente d’ingrandimento posata sul fuori quotidiano”.
I cinema costruiti tra la fine degli anni ’40 e i primi anni ’50 raccontano gli anni in cui questi locali, tanti per la verità, proiettavano, ogni giorno, film nuovi o a volte di seconda o terza visione rappresentando il luogo per eccellenza dove la comunità di un paese riprendeva a respirare e finalmente tornava a sognare.
Tra i simboli per eccellenza legati al culto del cinema pugliese, spicca tra tutti il cinema teatro “Centrone” a Gravina di Puglia in provincia di Bari, colosso architettonico costruito dall’omonimo Leonardo Centrone nel lontano 1947. Imprenditore illuminato, avendo avuto l’intuizione che l’industria del cinema sarebbe stata fonte di guadagni importanti, tentò prima di comprare il Teatro Margherita ma non riuscendovi per motivi burocratici, costruì da una cava di tufo di sua proprietà, con l’ausilio di macchine speciali, un progetto ingegneristico, fino ad allora senza precedenti, il cinema “Centrone” con ben 2000 sedie – in legno – e una saletta superiore, detta “Sala Italia”, dove ve ne erano altre 150. Quest’ultima non nasce come cinema ma come sala ricevimenti: “Molti abitanti di Gravina – racconta Giovanni Cancellara, proprietario del cinema di famiglia – hanno festeggiato qui il loro matrimonio. All’epoca era un’abitudine molto diffusa. Dopo smise questi panni per diventare un cinema a tutti gli effetti, in cui venivano proiettati film di nicchia. Cercavamo di accontentare tutti i gusti, dai più raffinati a quelli più popolari. Possiamo definirlo il primo esempio di cinema multisala”.
Molto elegante e dalle forme irregolari, il cinema teatro Centrone fa bella mostra di sé in via Alcide de Gasperi aprendo i suoi battenti per oltre 43 anni. Oggi, a 36 anni dalla chiusura, il dolore di vederlo inattivo è forte nel cuore di chi non solo lo ha ereditato ma lì ci è nato, ha vissuto e lavorato fino all’ultima mandata di chiave: “Nasco sul cinema – racconta Giovanni – mio zio Leonardo, fratello di mio padre, costruì sopra al cinema alcuni appartamenti ad esclusivo uso familiare. Ė lì che, ancora prima di vedere la luce, già dalla pancia di mia madre, respiravo aria di cinema. Al suo interno ho rivestito tutti gli incarichi, tranne quello del regista. Per me è più di un pezzo di cuore. Ė la mia vita e quella di tutta la mia famiglia”.
La facciata asimmetrica con due torri laterali, fanno sembrare il Centrone un piccolo castello. E forse per molti lo è anche stato; le sue proiezioni hanno cullato sogni e passioni, custodito baci segreti, amori e finanche all’occorrenza diventare rifugio sicuro per coloro che nel cinema vedevano l’evasione dalla realtà.
Il giorno preferito per andare al cinema era di solito la domenica pomeriggio, perché normalmente si lavorava anche di sabato. Il biglietto si acquistava al botteghino e non aveva importanza se il film era già cominciato o era già al secondo tempo. Si entrava senza aspettare e poi si rimaneva fino a dove si era già visto: capitava così di vedere prima la parte finale e poi l’inizio del film: “C’era chi, con un solo biglietto, vedeva più di una proiezione – sorride nostalgico Giovanni – addirittura alcuni bambini si addormentavano sulle sedie, scomode e i genitori che avevano piena fiducia in noi, tornavano a prenderli dopo ore. Era un cinema diverso, fatto di persone, di comunità e di magia. Quella stessa che ancora oggi mi fa battere il cuore”.
Il palcoscenico, costruito in un secondo momento, ha ospitato tanti artisti celebri, raccogliendo intorno a sé un enorme eco tra gli addetti ai lavori. Sono saliti sul palco: Ron, Riccardo Cocciante, Francesco de Gregori, i New Trolls, Domenico Modugno, show con il grande Pippo Baudo, conferenze con Giorgio Napolitano e lo scienziato Antonio Zichichi e sceneggiate di Mario Merola: “Nel 2010 la saletta al piano superiore – continua Cancellara – è stata riaperta per dar vita ad incontri culturali e festival di cortometraggi, un ultimo tentativo di riqualificazione. Con il regista Nico Cirasola, con il quale mio figlio Checco ha lavorato essendo un altro appassionato di cinema sia per eredità di sangue sia per studi, abbiamo cercato di mettere su un museo del cinema. Un progetto che non è mai andato in porto”.
Il Centrone, che attualmente versa in uno stato di abbandono, al suo interno custodisce un vero gioiello: la cinepresa Prevost P30 degli anni ’40, ricoperta, purtroppo, da escrementi e piume di piccioni: “I costi per riportarla al vecchio splendore sono alti e ho lasciato perdere – dice Cancellara con voce spezzata dall’emozione – E’ la stessa che il regista Tornatore usa nella famosa pellicola ‘Nuovo Cinema Paradiso’, il film della mia vita che non riesco mai a terminare perché mi ricorda gli anni splendidi che il mio cinema ha vissuto”. Proprio per questo motivo, il signor Giovanni, avvilito, spera che le istituzioni locali guardino al recupero dell’immobile: “…così come fece Rino Vendola, unico sindaco del paese che se ne occupò. Non possiamo continuare a pagare tasse e basta”. Anima del cinema Centrone dopo il padre, Giovanni Cancellara chiude il sipario negli anni ’90 lasciando cadere con esso sogni, magie e speranze.






