“Ci puntavano le pistole in testa, anche togliendo la sicura. Ci hanno portato a fare delle cosiddette visite mediche dove ci hanno fotografato a maglietta alzata, alcune di noi non avevano nulla sotto la maglietta e sono state fatte girare come se fossero uno spettacolo da mostrare agli altri soldati. Qualsiasi movimento facessimo c’era sempre un soldato che ci spingeva la faccia nel terreno”. È la testimonianza agghiacciante riportata dalla giornalista freelance barese Simona Losito, tra le attiviste e gli attivisti a bordo dell’Alcyone, una delle imbarcazioni della Global Sumud Flotilla, dirette verso Gaza per portare aiuti umanitari alla popolazione palestinese. La 29enne è stata bloccata in acque internazionali e detenuta per alcuni giorni dalla marina israeliana, per poi essere liberata. Non è la prima volta che la 29enne sceglie di imbarcarsi verso Gaza: già lo scorso 30 aprile era a bordo di una delle navi della flotta, che allora riuscì a sfuggire all’abbordaggio.
Losito ora è finalmente rientrata a casa, nella sua Bari, nel calore della sua famiglia, ma la sua voce trema ancora al ricordo delle vessazioni psicologiche e fisiche subite durante la prigionia. Violenze che segnano la sua esistenza, ma non spengono il coraggio dell’attivista e dei suoi compagni, fermi nel voler continuare la loro missione umanitaria per salvare il popolo palestinese dal genocidio in corso. “Sono saliti sulle barche, ci hanno perquisiti, ci hanno legati e portati sulla nave prigione, con violenza ci hanno spogliati di qualsiasi avere, vestiti, non avevamo vestiti sufficienti per tenerci al caldo durante la notte. In carcere non ci hanno dato né acqua né cibo, continuavano a tenerci la testa bassa, non volevano che riuscissimo a guardare le persone intorno a noi, ci hanno legati mani e piedi, trattati come fossimo criminali, hanno sparato, lanciato granate sonore, ci buttavano acqua a terra per non farci stare caldi, alcuni di noi sono stati picchiati, usavano il taser sui corpi bagnati, ci sono state violenze sessuali”, ha proseguito Losito. “Quando è arrivato il ministro della Sicurezza israeliano Ben-Gvir – racconta – io ero nel tendone, ero a terra con la faccia sul pavimento e non mi sono resa conto di quello che stava accadendo intorno, perché quello che in quel momento cercavamo di fare tutte era cercare di mantenere la calma e assicurarci che le persone intorno a noi stessero il meglio possibile, quindi la mia attenzione era rivolta alle persone che avevo intorno. Sentivo l’inno israeliano in loop, i militari che ci schernivano e cantavano – racconta – e noi cercavamo in qualche modo di mantenere la calma ed evitare qualsiasi escalation”.






