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Home » Attualità » Da Bari alle Dolomiti, la storia di Antonio Tarallo: a 75 anni il senatore del running unisce le generazioni – FOTO

Da Bari alle Dolomiti, la storia di Antonio Tarallo: a 75 anni il senatore del running unisce le generazioni – FOTO

diSara Di Leo
9 Luglio 2026
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Antonio Tarallo (4)

© Riproduzione riservata

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Una storia di corsa, famiglia e rinascita: quella di Antonio Tarallo non è soltanto il racconto di un runner instancabile, ma il ritratto di un uomo che ha trasformato la fatica in linguaggio, la strada in casa e il gruppo in una seconda famiglia.

Nato il 9 giugno 1951, Antonio ha da poco compiuto 75 anni. Ex ragioniere delle Ferrovie dello Stato, padre, marito e lavoratore, è uno di quegli uomini che sembrano confondersi nella folla e che invece, passo dopo passo, finiscono per lasciare un segno profondo in chi li incontra. La corsa entra nella sua vita da ragazzo, negli anni di Pietro Mennea, la Freccia del Sud: Antonio comincia in pista come mezzofondista e arriva fino ai campionati italiani di Lucca, con un tempo che ancora oggi fa strabuzzare gli occhi agli appassionati. Poi arrivano il lavoro, la famiglia, le giornate troppo piene. E la corsa, lentamente, resta sullo sfondo.

Il ritorno, però, arriva quando la vita cambia direzione. Una grave broncopolmonite con versamento pleurico bilaterale lo costringe a fermarsi e a fare i conti con il respiro, proprio ciò che ogni runner impara ad ascoltare prima ancora delle gambe. La riabilitazione respiratoria prevede anche la ripresa graduale della corsa: da necessità medica, il movimento torna presto a essere qualcosa di più intimo, quasi una chiamata.

“Non c’è niente da fare: la corsa finisce per prenderti – racconta Antonio – Per quanto sia maledettamente faticosa, ti regala una condizione di benessere mentale che non ha uguali”. È una dichiarazione semplice, ma dentro c’è tutto: la partenza, il percorso, il momento in cui vorresti mollare e poi quella gioia esplosiva che arriva al traguardo e rimette ordine a ogni cosa. Da lì nasce anche l’incontro con il gruppo dei Bari Road Runners. Allenamenti all’alba, sveglia alle 5, rientro a casa alle 7 e poi subito al lavoro: una routine dura, quasi incomprensibile per chi la osserva da fuori. “Tra me e me pensavo: è pazzo, ma chi glielo fa fare?”, sorride Daniela, una delle figlie di Antonio. Non sapeva ancora che quella stessa passione, un giorno, avrebbe preso anche lei.

La prima maratona arriva a Venezia, ed è un’esperienza dura, quasi drammatica sul piano fisico e mentale. Antonio lo ripete ancora oggi: “Preparare una maratona significa educare soprattutto la testa. Le gambe contano, certo, ma è la mente a dover restare in piedi quando tutto il resto chiede di fermarsi”. Eppure proprio Venezia resta la gara che porta nel cuore: il percorso dalle ville palladiane lungo il Brenta, l’arrivo verso Mestre e Porto Marghera.

Ancora oggi, ad oltre settant’anni, Antonio continua a correre: in pista, il suo primo amore, e su strada, con il freddo, con la pioggia, spesso all’alba. Una tenacia tale per cui nel gruppo dei Bari Runners è “il senatore”, un punto di riferimento, il custode di valori semplici e potenti: costanza, rispetto, condivisione. Non è soltanto il più esperto; è quello che con la presenza ricorda agli altri perché si continua, anche quando sarebbe più facile restare fermi.

Intanto, Daniela lo seguiva da lontano, lo guardava, “corricchiavo – dice lei – facevo avanti e indietro al Parco Due Giugno, senza pensare davvero all’atletica”. In famiglia, del resto, Antonio era stato il pioniere. Poi un pomeriggio d’estate, verso Ferragosto, arriva l’invito che cambia tutto: “Se vuoi correre con me, domani mattina sveglia all’alba”. Daniela la prende quasi come una sfida e il giorno dopo è lì, accanto a lui, in mezzo a persone che non conosce. “La passione non ci ha messo molto a entrarmi nelle vene”, racconta. E il complimento più bello, ancora oggi, resta uno solo: “Sei proprio come tuo padre”.

Il miglior tempo di Antonio in maratona è 3 ore e 26 minuti: un riferimento sportivo, ma anche una piccola sfida familiare. “Un giorno mi disse: quando mia figlia mi batterà in tutte le distanze…”, ricorda Daniela. Nel 2023 quel sorpasso è arrivato davvero: lei ha chiuso una maratona con un tempo migliore del best time del padre. Ma più che una vittoria, è stato un passaggio di testimone: il segno di una passione diventata eredità affettiva.

La storia di papà Tarallo con la maratona — la “regina”, come la chiamano i runner — nasce a Venezia e attraversa gli anni fino al traguardo delle 22 maratone disputate. È una relazione lunga, fatta di entusiasmo, sacrificio, rinunce e momenti difficili. Tra questi c’è la Maratona delle Cattedrali, corsa lungo la costa nord barese: in una delle edizioni un infortunio al 35° chilometro lo costringe al ritiro. Una ferita fisica, ma anche simbolica, tanto da spingerlo a ripetere per anni che con la maratona aveva chiuso.

Eppure, quando una storia non è davvero finita, trova sempre il modo di tornare. Antonio continuava a ripeterlo: avrebbe voluto chiudere il cerchio proprio lì dove tutto era cominciato, a Venezia, la sua maratona del cuore. Così, una mattina dopo un allenamento, dal gruppo nasce l’idea: partire tutti insieme, accompagnarlo in quella che non sarebbe stata solo una gara, ma un ultimo grande abbraccio con la distanza. “Papà lo dice sempre: bisogna stare in gruppo, perché il gruppo ti dimezza la fatica. E quella volta è stato proprio così: non stavamo preparando solo una gara, stavamo preparando un ritorno, un grazie, una promessa da mantenere tutti insieme”.

La preparazione comincia in piena estate, lunga e durissima. Alla partenza sono in undici amici, con le famiglie pronte ad attenderli al traguardo. La mattina della gara ha il sapore dei grandi giorni: la colazione in albergo, i silenzi carichi di tensione, le parole dette per sciogliere l’ansia, gli sguardi che cercano conferme prima di entrare nelle griglie. Quando arriva il momento di separarsi, Daniela guarda il padre e gli dice soltanto: “Ci vediamo a Venezia”.

Da quel momento ogni passo diventa anche il passo dell’altro. “Correre sapendo che una persona cara sta affrontando la stessa fatica poco più indietro cambia il modo di vivere la gara: nei momenti più duri non si pensa soltanto a sé stessi, ma a chi arriverà dopo, allo stesso ponte, allo stesso caldo, allo stesso tratto in cui la testa chiede di fermarsi”, parla commossa la figlia.

Il finale della Maratona di Venezia è suggestivo e spietato: dopo oltre 40 chilometri arrivano i ponti del centro storico, uno dopo l’altro, proprio quando le energie sembrano finite. Daniela conclude la sua gara, ma non si muove. “Non me ne vado finché non arriva mio padre”, ripete. Poi lo vede da lontano: riconosce la sagoma, il modo in cui stringe i pugni, la fatica sulle rampe, l’ultimo sforzo. Quando Antonio arriva gridando “ce l’ho fatta”, l’abbraccio diventa il vero traguardo. Prima la figlia, poi l’altra figlia, poi tutto il gruppo: una maratona dedicata a lui e diventata patrimonio di tutti. Una di quelle giornate che restano nella memoria non per il cronometro, ma per ciò che riescono a contenere: gratitudine, appartenenza, amore.

Dopo Venezia il percorso non è semplice. Alcuni infortuni lo tengono fermo a lungo, mettendo alla prova non solo il fisico ma anche la pazienza di chi è abituato a misurarsi con la strada. Ma un uomo determinato rimane tale a qualsiasi età. E, quasi all’improvviso, arriva un’altra soddisfazione: alla 21 chilometri di Monopoli, classicissima di inizio dicembre, Antonio abbassa il suo tempo a quattro minuti e conquista il titolo regionale di categoria nella mezza maratona.

L’ultima sfida porta il gruppo lontano dal mare di Bari, verso la montagna: la Cortina-Dobbiaco Run, 30 chilometri nel cuore delle Dolomiti, lungo un percorso che collega Cortina d’Ampezzo a Dobbiaco tra scenari alpini, gallerie, ponticelli e viste sulle Tre Cime di Lavaredo. Una “follia”, come viene definita con affetto, soprattutto per chi arriva dalla Puglia e dalla pianura del mare.

Anche lì papà Tarallo lascia il segno: arriva primo. “Noi, gente di mare, siamo arrivati da Bari primi in una corsa di montagna. Incredibile”, afferma. Ancora una volta, la sua storia dimostra che la corsa può essere molto più di una prestazione. Può diventare una forma di memoria, un modo per restare vicini, una scuola silenziosa di resistenza. A 75 anni Antonio continua a correre, ma soprattutto continua a ricordare agli altri che non si va avanti solo per tagliare un traguardo: si va avanti per condividere la strada.

 

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