C’era una volta via Carulli. Non è l’inizio di una favola ma la storia di una strada del rione Madonnella, dove un tempo c’erano negozi emblematici non solo del quartiere, ma dell’intera città, che non esistono più. Adesso prevalgono le saracinesche abbassate, spesso accompagnate da cartelli ‘Fittasi’ o ‘Vendesi’, rispetto alle attività commerciali che esistono e resistono.
Fra queste ultime c’è quella di Pino Ferrarese, 69 anni, proprietario dell’omonimo negozio di biancheria per la casa e memoria storica della parte commerciale della via. Ha iniziato a lavorare più di quarant’anni fa e ha assistito al periodo d’oro di questa strada, e poi al suo declino. Quando, cioè, c’erano tante attività commerciali, diversificate tra loro che nel corso degli anni hanno chiuso i battenti. “Prima ancora del negozio di dolciumi ‘Caputo’ c’era ‘Riflessi’ che vendeva bomboniere – racconta – e dove c’era il negozio ad angolo di calzature ‘Antonella’ (che ha chiuso da qualche anno, ndr), prima ancora c’era una gioielleria”.
Gioielli e bomboniere, merci che ancora oggi hanno un loro mercato, diversissimo da quello che attualmente prevale, non solo in questa strada. S’impongono sempre più attività legate al cibo d’asporto e distributori di bevande, come testimonia Fabio, titolare di una profumeria sempre in via Carulli. “Sono le più sicure – ci conferma – Ce la fanno, poi, quelli che hanno un locale di proprietà o chi come me prova a diversificare l’offerta di prodotti, vendendo accessori che, per i loro costi, sono più accessibili”.
Negozi come ‘Livio’ di articoli per ufficio, ‘Lippolis’ per la biancheria, ‘Standard’, che vendeva abbigliamento per adulti e bambini e la lavanderia ‘Bernardi’ sono attività che non esistono più, ma che hanno storicamente animato la via, ricorda Ferrarese. Ma quali sono i motivi che hanno portato a tutte queste chiusure? “Non c’è più ricambio generazionale, i figli dei vecchi commercianti scelgono altre carriere – dice – e poi ad affossare le vendite c’è stato il web con i suoi prezzi più bassi”.
Andando indietro nel tempo si rintracciano altre cause, sempre in base ai racconti del commerciante. “Negli anni Ottanta, a Bari, c’erano i negozi delle grandi firme – ricorda – e venivano da tutta la provincia per fare acquisti. Poi sono arrivati i centri commerciali ed è stato il passaggio fondamentale che ha decretato la fine delle piccole attività. In più c’era una legge, poi abolita, secondo cui un’attività doveva essere distante 150 metri rispetto a un’altra che vendeva la stessa merce e quando il titolare andava in pensione, vendeva la sua licenza. In questo modo, poteva avere una liquidazione e così si salvaguardava una sana concorrenza”.
“Per vendere una specifica merce – continua Ferrarese -, inoltre, bisognava sostenere un esame in Camera di Commercio, come nel mio caso. Ma dopo che anche le tabelle merceologiche sono state abolite, le attività commerciali sono state suddivise in due macrocategorie: merci varie e alimentari”. Una liberalizzazione del commercio che, di fatto, non ha portato a una diversificazione, ma al contrario ad un appiattimento a scapito della qualità.
“In via Carulli hanno aperto molti negozi gestiti da cinesi – conclude Ferrarese, – e anche i commercianti baresi, a loro volta, si riforniscono da grossisti cinesi. In generale, non c’è più l’attenzione alla qualità e la propensione ad acquistare beni più costosi, che però durino nel tempo. Mancano le attività artigianali – è l’amara riflessione -, dove prima si andava a bottega per imparare un mestiere, necessario per sfamare una famiglia. Oggi i giovani non soffrono più la fame e piuttosto che rimboccarsi le maniche scelgono strade più semplici da intraprendere”.








