Il lavoro non si trova? Eppure, nel 2021 sono stati in due milioni a licenziarsi, una tendenza in crescita soprattutto tra i giovani. Perché abbandonare le sicurezze di un lavoro stabile in un mondo sempre più precario? Forse perché in questa confusione si celano delle opportunità o perché forse c’è qualcosa di più importante della stabilità?
Sono andato nel coworking Impact Hub nella Fiera del Levante per parlarne con Davide Patruno, fresco di dimissioni.
“Il lavoro dietro casa, con un contratto a tempo indeterminato, potrebbe sembrare il sogno della vita e in effetti mi ha regalato grandi soddisfazioni, ma sentivo che con il mio lavoro volevo contribuire a migliorare la mia comunità. Sono tornato dall’estero per portare valore al mio territorio impattando sulle problematiche che lo affliggono. Ad oggi sono un libero professionista e mi occupo di progettualità ad alto impatto sociale”. Davide lascia un lavoro in una importante società barese nel campo dei software bancari. Tra i suoi compiti c’era mantenere le relazioni con clienti dal Messico a Singapore.
Certamente è importante sentire il proprio lavoro utile, ma come si matura una decisione del genere?
“Se per tanti è stata un’intuizione per me è stato un lungo percorso. Durante gli anni di lavoro ho sempre coltivato la passione per il sociale e per l’innovazione sociale, sia con il volontariato e sia come curator dei Global Shapers Bari. Con molto tempo, tanta fatica e tanto studio sono diventate pian piano il mio lavoro. Ho aperto la partita iva a gennaio del 2021 nel pieno della pandemia portando in parallelo due lavori finché la parte sociale è diventata più stabile. Ricordo a chi vorrebbe farlo che prima di lanciarsi nella libera professione è importante crearsi un nome e già dei potenziali clienti e soprattutto contatti”.
Dirsi queste cose in uno spazio di coworking tra innovatori e sognatori sembra facile. Come si affronta l’argomento a tavola la domenica con la propria famiglia?
“Per i genitori è difficile capire certe scelte – ride – ma ho la fortuna di avere una famiglia che anche non capendo mi ha supportato. Colgo come per dei genitori sia difficile entrare nelle dinamiche di un mondo del lavoro liquido e che cambia velocemente e diversamente dalle generazioni passate, però ero ormai sicuro delle mie scelte”.
L’innovazione è un processo complesso che si verifica laddove c’è una rete di connessioni umane e professionali in grado di portare nuova linfa ad un territorio. Trovi ci sia questo a Bari?
“Sì, abbiamo risorse e abbiamo talenti, ma ce ne vorranno ancora altri per le sfide del futuro. Dobbiamo puntare come regione a trattenere i nostri migliori talenti e ad attrarne altri. Qui si sta alimentando un ecosistema di start up e professionisti che può impattare sull’economia e sulla mentalità della nostra regione, bisogna investirci su. Per me è stato molto importante”.
Nei fiumi di parole, tra decine di inglesismi, può capitare di percepire l’innovazione, quella sociale soprattutto, come un fenomeno lontano, che certamente non tocca la nostra quotidianità. Nulla di più sbagliato, ma come spiegheresti il tuo lavoro a tua nonna?
“L’innovazione sociale consiste nel trovare soluzioni nuove a problemi vecchi e nuovi. Ad oggi sto lavorando nell’ambito della disoccupazione giovanile per migliorare il placement e la formazione degli studenti. C’è un grande divario tra mondo della scuola e mondo del lavoro. Sto collaborando anche con un consorzio di cooperative impegnate nel contrasto al caporalato e continuo a fare formazione per chi vuole avviare una propria impresa. Certo i sogni nel cassetto sono ancora tanti, mi piacerebbe un giorno aprirne una mia”.
Mentre Davide si lascia andare ai suoi sogni attorno a noi cominciano a spegnersi i PC. È ora di andare, prima però una domanda ormai di rito.
Che consiglio daresti a un giovane che vuole lanciarsi nel mondo dell’impresa o della libera professione?
“Sembra un paradosso ma il consiglio è quello di dedicarsi a più esperienze estere possibili. Vivere esperienze fuori ci arricchisce e facilita quel percorso di ricerca della vocazione di ognuno di noi. Permette di contaminarsi per poi essere persone ad alto valore aggiunto che possono tornare. Quindi il trucco per rimanere è quello di partire”.








