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Home » Apertura » Cerca lavoro in un call center a Bari, rifiutata perché disabile: “Stanca della mentalità chiusa del Sud”

Cerca lavoro in un call center a Bari, rifiutata perché disabile: “Stanca della mentalità chiusa del Sud”

diAnna Puricella
27 Novembre 2025
A A
Mariangela 2

© Riproduzione riservata

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Si era candidata per un posto di lavoro in un call center a Bari. La risposta, per messaggio, è stata lapidaria: “Se la disabilità supera il 75% non possiamo assumerla”. Mariangela è una ragazza di Bari, ha 24 anni ed è laureata in Ingegneria biomedica. Cerca lavoro da mesi, anche in settori diversi, ma non riesce a trovarlo. Perché è una persona disabile, vive su una carrozzina e ha bisogno di assistenza. Di richieste ne ha mandate così tante da aver perso il conto, e la risposta – quando arriva – è sempre negativa. “Come categoria protetta mi sto scontrando con una realtà durissima – ha raccontato sui social – aziende che preferiscono evitare, aziende che si spaventano, aziende che addirittura preferiscono pagare penali piuttosto che assumere chi ha reali difficoltà”.

“È impossibile per noi categorie protette trovare lavoro, soprattutto al Sud – precisa – L’ultima candidatura l’avevo fatta a Bari, ma niente”. Mariangela si scontra con una realtà chiusa, e rivendica a gran voce i suoi diritti anche perché ha vissuto direttamente esperienze diverse: “Ho studiato a Barcellona, e lì posso dire che vivevo in piena autonomia”. Ora invece si scontra con un muro di “no”, e di scuse: “A volte mi dicono che preferiscono altri con esperienza, e detto da un call center o da un servizio clienti mi sembra eccessivo”. Nonostante la sua formazione universitaria, lei sarebbe pronta a cambiare settore pur di lavorare. “Il guaio è che nella definizione di categoria protetta rientrano tanti tipi di persone con disabilità differente – aggiunge – per cui magari ci sono io che vivo su una carrozzina e un altra persona la cui disabilità non è visibile. Diventa una guerra fra poveri, ognuno invece dovrebbe avere una sua specificità”. Quanto capitato con l’ultimo rifiuto “non è un caso isolato – continua Mariangela – È la realtà quotidiana di tanti di noi. Non cerco favoritismi. Non cerco pietà. Cerco solo ciò che dovrebbe essere normale per tutti: una possibilità. Una valutazione basata sulle competenze, non sulla percentuale di invalidità”.

Mariangela sta cercando lavoro da luglio, da quando è rientrata definitivamente dall’estero. “Ho mandato 80 candidature solo su Indeed, altre ancora con Arpal, dove ho avuto solo un colloquio e non ho mai ricevuto esito, e poi sui siti di singole aziende”, dice. Se potesse andrebbe all’estero, ma sa che non è semplicissimo: “Barcellona è una città estremamente cara, nel mio caso ho bisogno di minimo due badanti e diventa insostenibile – continua – a Bari almeno vengo aiutata, e ho la mia famiglia”. Manca il lavoro, però. Ha provato pure a cercare soluzioni in smart working, ma è andata male: “Avevo trovato un’azienda a Molfetta, ma pretendevano che almeno per i primi quattro mesi andassi in sede – dice – quindi avrei dovuto trovare qualcuno disposto ad accompagnarmi e poi venirmi a prendere ogni giorno”. Lei non si arrende e continua a provarci, ma è sempre più complicato: “Mi sono stancata di avere risposte del genere, la storia del 75% di invalidità non ha alcun fondamento nella legge, non esiste né in cielo né in terra – conclude – Sono anni che lotto per tutto, per quelli che sono diritti. E cose del genere mi portano a pensare di andare via. È la triste realtà di noi del Sud, quando sento parlare di fuga di cervelli mi dico che è la società che ci porta a questo”.

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