Bari è bella: ha palazzi storici, architetture di epoca prebellica, resti e reperti romani. Bari è bella: è tappezzata di scritte, disegni e murales di ogni tipo, contenuto e forma, ormai parte integrante del paesaggio urbano. La seconda è, forse, un’affermazione che farebbe storcere il naso a un po’ di persone. Perché la cosiddetta ‘street art’ provoca subito una reazione, divide le coscienze tra chi la reputa un fenomeno sociale artistico e chi manifestazione di ‘atti vandalici’. Passeggiando per la città è facile imbattersi in quelle classiche frasi d’amore con tanto di iniziali dei due amanti attorniate da un cuore e data di anniversario, o in “urla” di tifoserie stampate sulle pareti, slogan politici, scritte più o meno volgari sotto i portoni del destinatario della beffa, finanche qualche tentativo di ribellione o altri indecifrabili parole disegnate nei luoghi più o meno nascosti alla vista.
Sul sito del Comune di Bari si legge che “l’amministrazione riconosce l’arte di strada e il writing come espressioni di arte metropolitana, ne valorizza le varie forme come espressione culturale e ne consente lo sviluppo nell’ambito del territorio comunale secondo la vigente disciplina per le attività dei writers e degli artisti di strada a Bari”. Lo statuto e l’albo dei writers definiscono gli “scrittori urbani” come artisti e non vandali. Sempre più le operazioni di Retake ci stanno abituando a vedere angoli di degrado trasformarsi in gallerie a cielo aperto proprio grazie ai writers (l’ultima creazione ha trasformato il sottopasso di via Mola), raccogliendo il consenso unanime dei residenti. Tuttavia, nella società il dibattito è sempre aperto.
Cerchiamo di analizzare meglio il tema con Vittorio Parisi, ricercatore esperto di arte urbana: “Bisogna distinguere i fenomeni murali non solo in base alla forma in cui si presentano (murales, tag – ossia la firma stilistica del writer – lettering) ma anche in base alla legalità o illegalità che vi è dietro gli stessi fenomeni”. Sebbene la maggior parte di queste espressioni siano realizzate di notte, lontano dagli sguardi, talune possono essere autorizzate dal Comune o dalla Sovrintendenza. In ogni caso, si tratta di un gesto nato per dividere le coscienze, per smuovere le menti e creare una reazione. Se li si possa considerare fenomeni artistici o anche no, dipende molto dalla sensibilità di chi le osserva e le giudica. “Ci sono delle persone che si sono distinte perché hanno suscitato l’attenzione della stampa e più di altri sono emersi, ma è sempre difficile capire quale è il distinguo tra arte e non arte in quanto lo si decide socialmente – spiega il ricercatore Parisi – C’è un apparato esteso fatto di stampa, critici, gallerie, musei, che stabilisce che ad un certo punto qualcosa può diventare un’opera d’arte anche se magari è un oggetto molto ordinario, molto banale e comune”.
La motivazione vive nel fatto che tutte queste forme realizzate per strada escono dai contenitori all’interno dei quali si concepisce socialmente l’esistenza dell’esperienza artistica. Nel momento in cui una forma d’arte supera questo schema prestabilito, turba l’ordine che la società si è data. “Chiaramente ci sono delle cose che turbano di più, altre di meno – afferma Parisi – Per esempio un murale ben realizzato nello spazio pubblico diventa opera d’arte pubblica fatta con tutti i crismi e le autorizzazioni del caso che non perturba più di tanto questo ordine, rispetto a una scritta fatta di notte”.
L’opinione personale dell’esperto? “A mio parere c’è una componente artistica anche in quelli che vengono etichettati come ‘fenomeni vandalici’. Ovviamente, nei casi in cui tali scritte hanno un senso, che possa essere di carattere politico o che possa trattarsi di tag e, quindi, un gioco stilistico tra writers. Tutto il resto è puramente forma di imbrattamento urbano”. Vittorio Parisi tiene a sottolineare l’obiettivo comune: scuotere l’ordine precostituito e riappropriarsi dello spazio pubblico. “Per fare ciò, vanno a incidere su un contratto di vita civile che ci siamo dati – ossia che bisogna rispettare la proprietà e la pulizia dei luoghi – e al tempo stesso è un modo di dire che lo spazio pubblico è tale solo se effettivamente si può intervenire, e non è solo la pubblicità che può occupare tale spazio pubblico”. Fatte le dovute distinzioni e prese le vostre personalissime decisioni, Bari rimane bella. Bella per tutto quello che ha e che la rende un museo a cielo aperto di arte antica, contemporanea e ‘pop’.








