“Quando ogni speranza sembrava ormai persa, una luce in fondo al tunnel ravviva e conforta l’animo di mamma Rosanna che nonostante l’età e l’indifferenza non hai mai smesso di cercare la verità”. Comincia così il messaggio diffuso dagli avvocati che seguono la vicenda di Umberto Paolillo, agente di polizia penitenziaria in servizio nel carcere di Turi, suicida nella sua auto durante la notte del 18 febbraio 2021, sparatosi con la pistola d’ordinanza.
“Aveva pensato, Umberto, prima di sparare il colpo dalla sua pistola d’ordinanza, di conservare accuratamente un foglio che spiegasse il perché di tanta disperazione. Quel biglietto, ben piegato e riposto nella giacca del giubbotto indossato, raccontava dei soprusi, delle ingiustizie, delle angherie sofferte – spiegano gli avvocati Antonio portincasa e Laura Lieggi, che seguono il caso – Tanti colleghi hanno parlato di lui a mamma Rosanna, raccontando delle angherie ricevute, quanto Umberto soffrisse e quanto cattivi fossero taluni a rendergli la vita insostenibile, pesante amara. Quelli stessi colleghi, però, sentiti dall’autorità giudiziaria, si sottraevano alla verità. Riportavano di storie, a loro dire solo raccontate da un pazzo rancoroso con manie di persecuzione. I colleghi e gli amici che al contrario avevano assistito alle vicende che riportavano a mamma Rosanna, per insana ed insensata paura cercavano di coprire la verità, di soffocarla. La testimonianza, la finta testimonianza di chi sosteneva di avergli voluto bene, l’uccideva ancora una volta”.
A contribuire a una svolta nel caso, le parole di un detenuto (testimone oculare) e dell’avvocato Antonio La Scala, che Paolillo conosceva bene e cui aveva raccontato delle angherie subite. “Lo prendevano in giro dicendogli che aveva 60 anni e che era ancora vergine e che abitava ancora con sua madre, lo sfottevano continuamente perché viveva ancora con i suoi genitori, lo chiamavano gobbetta e gli davano dei giornaletti porno perché dicevano che era ancora vergine – le parole del detenuto – Un giorno mi sono messo io di mezzo dicendo di smetterla. Umberto spesso si confidava con noi. Lo vedevamo sempre triste, quando abbiamo saputo del suicidio tutti abbiamo pensato che fosse arrivato al limite e che il gesto fosse collegato a ciò che subiva. Quel carcere è uno schifo”.
L’avvocato Portincasa e l’avvocato Lieggi si sono opposti fortemente alla richiesta di archiviazione disposta dal Pubblico Ministero, e hanno chiesto che gli attori della vicenda fossero risentiti, che le lettere consegnate dall’avvocato La Scala, unitamente alle dichiarazioni del detenuto fossero prese in considerazione dalla “giustizia illuminata”. E così è stato il Gip Francesco Rinaldi ha accolto le richieste degli avvocati e disposto che entro 90 giorni il pm proceda con ulteriori accertamenti.







