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Home » Sport » ‘C’era una volta il Bari dei baresi’, Michele Armenise: “Mi ammalai di tifo ma Catuzzi veniva a trovarmi. Eravamo uniti e ci divertivamo”

‘C’era una volta il Bari dei baresi’, Michele Armenise: “Mi ammalai di tifo ma Catuzzi veniva a trovarmi. Eravamo uniti e ci divertivamo”

diVincenzo De Rosa
22 Febbraio 2024
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© Riproduzione riservata

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Il terzo protagonista della nostra emozionante rubrica “C’era una volta il Bari dei baresi” è Michele Armenise: l’instancabile laterale difensivo barese, capace di svariare come un boomerang su tutta la fascia sinistra nello spudorato 4-3-3 di Catuzzi. Soprannominato Kaltz per somiglianza con il caparbio terzino della nazionale tedesca degli anni ’70 e ’80, Armenise ha esordito proprio nella stagione 1981-82 in cui ha totalizzato 29 presenze e 4 gol. Con il Bari ha collezionato complessivamente 116 presenze in campionato, condite da 7 gol. Oggi, 62enne, è allenatore della categoria Allievi insieme all’ex compagno di reparto Giorgio De Trizio della società giovanile “ASD Levante Bitritto”, in cui Armenise allena anche i ragazzi nati nel 2013.

Il Bari dei baresi è stato qualcosa di straordinario, di magico, che resterà per sempre stampato nella mente e nel cuore dei tifosi. Ancora oggi, è ricordato come il Bari più affascinante della storia.

Allora Michele… sei stato uno dei baresi del famoso Bari dei baresi. Che squadra è stata?

“Una stagione bellissima, ma partita malissimo. Eravamo miscelati bene, con giovani ed esperti come Majo, Frappampina, Bagnato, Iorio. Il Bari dei baresi non è solo la stagione 1981-82. Quel campionato venne fuori dopo due stagioni bellissime in Primavera; eravamo un contesto di ragazzi volenterosi, con voglia di arrivare e amicizia. Siamo cresciuti insieme dalla Primavera in prima squadra, e non è da tutti arrivare a quei livelli e fare quel percorso. De Rosa era un leader, un ragazzo importante per la squadra e non lo dico perché è tuo padre (sì, Gigi De Rosa è mio padre, n.d.r.), e bisogna dare importanza a chi ci ha portato lì. Noi abbiamo trovato Catuzzi che ha creduto in noi e ci ha insegnato tantissimo a livello tattico e tecnico. In campionato, a Verona dovevamo stravincere perché eravamo in vantaggio per 3-1 e l’arbitro Menicucci ci diede contro due rigori discutibili, mentre a Pisa l’arbitro Agnolin ci annullò un gol nettissimo in una partita che strameritavamo di vincere; a Varese, infine, fu una mazzata enorme perché quelle ulteriori strane decisioni arbitrali ci preclusero la serie A. La partita che ricordo particolarmente è quella persa in casa con la Sampdoria, in uno stadio stracolmo, dove sull’1 a 1 io presi il palo e alla fine subimmo la sconfitta, ma meritavamo assolutamente noi la vittoria”.

Qual è per te il ricordo più bello del Bari dei baresi?

“Il ricordo più bello era la squadra, non il singolo. Entravamo in campo e ci divertivamo, giocavamo a memoria. Per gli avversari diventava difficile anche marcarci. Per il Bari ho rifiutato la Roma di Liedholm, che veniva spesso a seguirmi, e ricordo che a Perugia, dove io feci gol, ero sul pullman e Matarrese mi disse di scendere, ritrovandomi davanti Liedhlom, Viola (presidente della Roma, n.d.r.) e il direttore sportivo giallorosso, il quale mi disse che l’anno successivo sarei stato con loro. Ma rifiutai, perché volevo andare in A col Bari di Matarrese”.

Ricordi il tuo esordio?

“Ero ansioso ed esordii in Bari-Pistoiese, gara in cui perdemmo in casa contro una squadra forte con gente del calibro di Borgo e Rognoni. La domenica successiva giocai contro la Reggiana in casa e perdemmo ancora. Esordire con due sconfitte, fu bruttissimo. Poi dalla trasferta contro la Sampdoria, in cui segnai il gol più strano della mia carriera, iniziò una cavalcata enorme e facemmo tredici risultati utili consecutivi”.

Com’è stato il tuo rapporto con l’allenatore Enrico Catuzzi?

“Ottimo. Stetti fermo per 2-3 mesi durante il campionato 1982-83 perché mi ammalai di tifo e il dottor Sabino Lerario mi curò a casa. Il mister Catuzzi veniva sempre a trovarmi e mi è stato molto vicino, spesso mi portava a fare colazione al bar Stoppani, che io non conoscevo nemmeno e poi scoprii che era il bar più importante di Bari. Mi ha fatto tanti regali e ricordo benissimo tutti quei momenti. Sul campo, invece, non giocava mai al risparmio, voleva attaccare in continuazione, e infatti noi facevamo tanti gol. La sua mentalità era per un gioco dispendioso e rischioso, ma erano le sue idee e noi dovevamo adeguarci. A livello di gioco, è stato il più bello della mia carriera”.

Una partita indimenticabile della splendida stagione 1981-82?

“Quando battemmo la Cavese per 5-0. Giocammo alla grande, una gara stratosferica e riempimmo di gol i campani che avevano una buona squadra. Ma ci furono tante belle partite, come quella contro il forte Verona di Tricella e Galderisi, che poi andò in serie A”.

C’è qualcosa che vorresti cambiare di quel campionato?

“Ci mancava solo un po’ di esperienza perché eravamo tutti giovani, ma non abbiamo nulla da recriminare perché abbiamo lottato fino alla fine e abbiamo dato tutto quello che c’era da dare. Siamo stati penalizzati dagli episodi arbitrali, e qualche partita potevamo gestirla meglio ma eravamo giovani e non dipendeva da noi gestirle”.

Il tuo primo gol con la maglia del Bari?

“Devo dire che il mio primo gol con il Bari, e il mio primo in serie B, fu anche il gol più brutto e strano della mia carriera. Fu a Genova contro la Sampdoria nel 1981-82, con un tiro da lontano che rimbalzò vicino alla porta difesa da Paolo Conti (due anni dopo Conti diventò portiere del Bari di Bolchi in C, n.d.r.) e andò in rete. Il mio gol più bello con il Bari fu quello segnato al Catania in una partita che vincemmo 2-1”.

Cosa hai fatto col tuo primo stipendio?

“Con i primi soldi ho aiutato la mia famiglia”.

Hai avuto un esperienza in Nazionale Under 21. Come ricordi quel momento?

“Un motivo d’orgoglio, anche se quando venivo convocato trovavo sempre una scusa per andare via perché mi pesava andare a Coverciano. Volevo stare sempre a Bari, non so perché”.

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Raccontami un episodio divertente...

“Eravamo in ritiro estivo al Nevegal, in provincia di Belluno, ed eravamo in piscina. Arrivò una chiamata per Nicassio che passò davanti a Catuzzi, in quel momento steso sulla brandina, e per scherzo gli strattonò il costume da bagno e se ne scappò via; il mister si infuriò e cercò di rincorrerlo tra le nostre risate”.

Il bambino Michele Armenise cosa voleva fare da grande?

“Il calciatore o il poliziotto, ma sognavo sempre di fare il calciatore. Fare il calciatore non è semplice perché il calcio ti toglie e ti dà, e ti cambia la gioventù; per esempio, quando gli altri andavano in discoteca e noi invece eravamo il sabato in ritiro a pensare alla partita, e la domenica in campo. Ma mi ritengo fortunato ad aver fatto quello che sognavo da bambino”.

Chi è stato il tuo idolo calcistico?

“Mi piaceva tantissimo il centrocampista della Germania, Netzer (campione del mondo nel 1974 con la Germania Ovest, n.d.r.), ma anche Kaltz, che diventò il soprannome che mi dette Gianni Antonucci. Somigliavo molto al terzino della Nazionale tedesca, Kaltz, nel modo di giocare, anche perché aveva il mio stesso ruolo. Ho iniziato come centravanti da ragazzino quando giocavo per strada, poi nelle giovanili ho fatto il centrocampista e infine Catuzzi mi inventò terzino. E giocai sempre sulla sinistra, perché a destra c’era Frappampina. Senza essere presuntuoso, avevo i piedi buoni”.

C’è qualcosa che non rifaresti nella tua carriera?

“Sì, rifiutare Roma, Juventus e Verona, proprio negli anni in cui hanno vinto lo scudetto. Si fece male Cabrini della Juventus, ma dissi di no. Compromisi una carriera che poteva essere più brillante. Poi andai a Pisa perché la società di Matarrese aveva bisogno di soldi e vendette me e Caricola. Il Verona, invece, lo rifiutai quando giocavo nel Pisa, nell’anno in cui vinse lo scudetto. Rifiutavo perché non mi piaceva stare fuori casa”.

Da calciatore, sei stato in periodi diversi a Bari. A quale campionato sei più legato?

“A quello di B del 1988-89 con Salvemini allenatore, con cui vincemmo il campionato. Eravamo una grande squadra in cui c’erano Maiellaro, Perrone, Scarafoni, Mannini, Di Gennaro, Loseto, De Trizio, Carrera, Urbano; potevamo vincere il campionato anche senza allenatore. Ma anche nel Pisa di Gigi Simoni, fu un anno strepitoso per me”.

Parlami della tua esperienza nel Bari da collaboratore di Colantuono…

“Colantuono ha giocato con me a Pisa. In totale sono stato dieci anni con lui. Quando arrivò a Bari come allenatore nel 2016, io allenavo gli Allievi Nazionali e mi chiese di dargli una mano in prima squadra. Ma in quell’annata particolare c’era un caos totale soprattutto a livello societario, non si capiva davvero nulla. Noi eravamo partiti bene, poi vennero fuori tanti problemi, tra cui l’infortunio di Brienza, e ci fu un tracollo. Alla fine ci salvammo ma rimasi molto dispiaciuto perché ci tenevo tantissimo a fare di più, sia per me che per Colantuono, e anche per la società stessa. Diciamo che Colantuono arrivò nel momento sbagliato ed è stato un grosso rammarico non poter lavorare in tranquillità”.

Stai seguendo il percorso del Bari di oggi?

Certo. Sono cambiati tre allenatori e quindi c’era qualcosa che non quadrava. Ora sono a un punto dai play-off, ma il campionato di B è lunghissimo e sono bastate due partite vinte per ritrovarsi in zona play-off. Togliendo il lanciato Parma e squadre come Cremonese, Como e Venezia, che hanno speso tanti soldi, le altre se la possono giocare tranquillamente e sono alla portata del Bari. Non sarà facile, ma io ci credo e sono fiducioso”.

Oggi di cosa ti occupi?

“Sono allenatore degli Allievi della Levante Bitritto, insieme a Giorgio De Trizio, e alleno anche la categoria dei 2013”.

Il Bari dei baresi è irripetibile?

“Non potrà mai più succedere qualcosa del genere. Noi eravamo un gruppo con la voglia. Mi ricordo che quando ero in Primavera, Renna (allenatore della prima squadra, n.d.r.) non voleva farci allenare sul campo perché non voleva rovinare il prato dello stadio della Vittoria e quindi noi ci allenavamo sull’asfalto dietro la tribuna coperta. Nella partitella del giovedì, noi ragazzi della Primavera davamo certe batoste alla prima squadra di Renna! Poi andammo ad allenarci al campo Matarrese, dove giocammo le nostre partite, ma era piccolo perché venivano circa duemila persone a vederci e si creava un caos incredibile con tantissime auto parcheggiate sulla complanare, perché non c’era più spazio, e i pullman non riuscivano più a circolare da quella zona. Così furono costretti a portarci a giocare allo stadio della Vittoria. Era la stagione 1980-81 e vincemmo la Coppa Italia Primavera. Tutto questo per me è irripetibile”.

 

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