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Home » Sport » ‘C’era una volta il Bari dei baresi’, Cuccovillo: “Quando andammo in A con Bolchi ballavamo nelle case della gente”

‘C’era una volta il Bari dei baresi’, Cuccovillo: “Quando andammo in A con Bolchi ballavamo nelle case della gente”

diVincenzo De Rosa
28 Marzo 2024
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© Riproduzione riservata

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Il settimo appuntamento della rubrica “C’era una volta il Bari dei baresi” è incentrato su un barese che ha esordito nello splendido Bari 1981-82, stagione in cui ha totalizzato 3 presenze: Francesco Cuccovillo. Cresciuto nel ruolo di terzino, è stato inventato centrocampista da Bolchi, con cui ha realizzato la scalata dalla C alla A. Con il Bari ha totalizzato complessivamente 122 presenze e 4 gol. Oggi, 62enne, si gode la famiglia.

Il Bari dei baresi è stato qualcosa di straordinario, di magico, che resterà per sempre stampato nella mente e nel cuore dei tifosi. Ancora oggi, è ricordato come il Bari più affascinante della storia.

Allora Francesco… se ti dico Bari dei baresi, cosa ti viene in mente?

“Siamo stati protagonisti in B e per un soffio non abbiamo vinto il campionato. Una vera dimostrazione di squadra, di gruppo barese, sanguigno. Giocavamo con il cuore e davamo spettacolo ogni domenica contro chiunque”.

Hai giocato nella Primavera sbarazzina che ha vinto la Coppa Italia. Un grande risultato…

“Catuzzi ci allenava in Primavera, ma verso la fine del campionato fu chiamato in prima squadra e la Primavera fu allenata per un po’ dal professor Bindi. Vincemmo la Coppa Italia. Con la Primavera giocavamo davvero a occhi chiusi, appena iniziava la partita sapevamo già cosa fare. Con la metodologia di allenamenti di mister Catuzzi siamo stati in grado di diventare squadra a tutti gli effetti”.

E il dialetto barese in campo?

“Sapevamo parlare pure in Italiano (sorride, n.d.r.). Noi parlavamo in dialetto, però facevamo capire ai non baresi che sapevamo parlare l’Italiano”.

Un aggettivo per il Bari dei baresi?

“Strepitoso. Giocava a memoria e durante la preparazione, sin dalla Primavera, giocavamo a zona. Catuzzi fu il primo a inventare la zona totale”.

Cosa volevi fare da grande?

“Il calciatore. Ho raggiunto i miei obiettivi facendo tanto sacrifici e, per la mia capacità e voglia di emergere, ci sono riuscito. La vera voglia di arrivare”.

Dove hai iniziato a tirare i primi calci al pallone?

“Sin da piccolo giocavo per strada. La strada era il nostro campo. Ai giovani di oggi se non gli dai un campo di erba sintetica, difficilmente giocano con voglia”.

In quale quartiere di Bari sei cresciuto?

“Sono cresciuto a Carrassi e giocavo al campo Rossani”.

A che età sei entrato nel Bari?

“A 14 anni sono entrato negli Allievi del Bari. Prima giocavo nella Nuova Bari e fui preso nel Bari insieme a Girone e De Trizio, grazie al maestro Michele Gravina, che era un grande allenatore per i giovani del Bari. All’epoca dissi a Gravina che avevo dei dubbi sul fare il calciatore perché ero magrolino, con le gambe molto magre, e Gravina mi spronò dicendomi di guardare Fasoli (difensore del Bari dal 1977 al 1979, n.d.r.) della prima squadra, che aveva il fisico simile al mio. Mi fece capire che nella vita tutto è possibile. Devo tutto a lui”.

Hai avuto un idolo calcistico?

“Non avevo un idolo, volevo essere solo me stesso. Vedevo giocare Rivera e Mazzola, ma niente di più”.

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Raccontami qualche aneddoto divertente…

“Noi scherzavamo sempre negli spogliatoi, anche in ritiro. Ricordo quando venne Radice (allenatore subentrato all’esonerato Catuzzi nel campionato di B 1982-83, n.d.r.) e ogni sera, prima della gara, passava nelle camere insieme a Catalano. Dormivo con De Martino e dovevamo giocare a Bologna. Il sabato sera venne in stanza e mi disse continuamente che il giorno dopo ci sarebbe stata la talpa. Io e De Martino ci guardammo in faccia e non capivamo che volesse dire. Poi mi disse: ‘Cucco, tu sarai la talpa, devi marcare Franco Colomba. Me lo devi marcare a uomo, Cucco!’. Appena uscì dalla stanza scoppiammo a ridere, ridevamo sotto le lenzuola per non farci sentire dal mister. Con Bolchi, invece, quando andammo in A ci portarono in festa a Bari vecchia ed entravamo a ballare nelle case della gente. Per strada, ci facevano bere lo champagne. Immagina che persi per strada l’orologio e, con mia grande sorpresa, me lo riconsegnarono. Incredibile. Per un barese, questo è da ricordare per tutta la vita. Ho ancora i brividi”.

Hai esordito contro la Cavese nella B 1981-82. Cosa hai provato quel giorno?

“Catuzzi me lo fece capire durante la settimana, facendomi provare coi titolari. Ero emozionato perché dentro di me sentivo di aver raggiunto l’obiettivo. Ma non mi fermai lì, continuai ad allenarmi nel migliore dei modi. Se ti alleni bene durante la settimana, la domenica fai sicuramente bene”.

Promozione in A sfiorata con Catuzzi e retrocessione in C nella stagione seguente. Due stagioni completamente diverse. Come te lo sei spiegato?

“L’anno della retrocessione sbagliammo diversi rigori, ma ce la siamo giocata con tutti. Per la serie A è mancata un po’ di fortuna. Quell’anno ho giocato molto poco, tra panchina e tribuna, con sole tre presenze. Ma la gara che ci condannò a non andare in A fu quella persa in casa contro la Sampdoria”.

Il ricordo più bello dei tuoi anni a Bari?

“Mister Catuzzi lo ringrazierò per tutta la vita, ma gli anni che ricordo maggiormente con piacere sono i tre meravigliosi anni dalla C alla A, con mister Bolchi”.

Catuzzi o Bolchi?

“Andavo d’accordo con entrambi e ognuno di loro mi ha insegnato calcio. Catuzzi aveva i suoi pupilli. Bolchi, invece, riusciva a dialogare con tutti e teneva in considerazione tutti quanti”.

Hai militato nella squadra che è arrivata in semifinale di Coppa Italia. Un bel traguardo…

“In semifinale di Coppa Italia affrontammo il Verona che era uno squadrone. Per noi è già tanto essere arrivati in semifinale, un grosso traguardo”.

C’è un momento che ricordi con più amarezza?

“Con amarezza ricordo il campionato 1986-87, quando subentrò mister Catuzzi in B. Mi dispiacque molto lasciare Bari per andare in serie C al Messina di Scoglio. Mi allenai separatamente con Loseto e Armenise in Primavera, poi loro rientrarono in prima squadra e io passai al Messina. Per un barese, andare via da Bari è sempre un dispiacere. Fu il momento più brutto della mia carriera”.

Hai un rimpianto nella tua carriera?

“Il rimpianto è non essere andato al Napoli, quando mi cercarono. Bolchi andò da Matarrese e disse che ero incedibile, e, al mio posto, il Napoli prese De Napoli dall’Avellino. La mia vita sarebbe sicuramente cambiata perché furono gli anni in cui il Napoli vinse lo scudetto. Quell’anno col Bari in A, purtroppo, non ho dato quello che dovevo dare e le mie prestazioni calarono sul piano tecnico tattico”.

Cosa fai oggi?

“Faccio il nonno a tempo pieno e mi dedico alla famiglia”.

Segui il Bari?

“Il Bari lo seguo e mi dispiace per il momento negativo. Sono sicuro che con due o tre vittorie possono raggiungere la zona play-off. Vincere aiuta a fare meglio. È un momento no, speriamo che cambi il trend negativo”.

Hai avuto esperienze da allenatore di calcio giovanile…

“In passato ho allenato nell’Aurora Calcio di Nicola Turi (ex portiere della Primavera di Catuzzi, n.d.r.), con cui ho vinto quattro titoli regionali con gli Allievi, uno dietro l’altro. Ma non ho ricevuto la chiamata da nessuno”.

Il Bari dei baresi è irripetibile?

“Non c’è dubbio. I giovani di oggi si sentono già arrivati e la maggior parte di loro non sono umili. Noi giocavamo tutti per la maglia, non per soldi. Eravamo debitori verso la città di Bari”.

 

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