La rubrica sullo spettacolare ‘Bari dei baresi’ festeggia il suo ventesimo appuntamento con il ricordo del tecnico artefice di quel capolavoro calcistico: Enrico Catuzzi. Emiliano di Parma, è stato il pioniere del gioco a zona totale e uno dei primi allenatori a usare il 4-3-3. Sacchi è venuto anni dopo, e si dice che il futuro tecnico del Milan andasse a vedere gli allenamenti di Catuzzi a Bari. Catuzzi, dopo una breve carriera da calciatore in serie C, con un paio di presenze in B nel Perugia, ha iniziato ad allenare nelle giovanili della sua città natale, prima di approdare nel 1978 a Palermo per guidare la ‘Primavera’, facendo anche l’assistente di Veneranda in prima squadra, mentre Zdenek Zeman allenava gli ‘Allievi’ rosanero. È arrivato a Bari nell’estate del 1978 e si è messo subito in mostra con la forte ‘Primavera’, venendo poi chiamato in prima squadra nelle ultime giornate di campionato in cui ha centrato una difficile salvezza, in serie B, in due occasioni (1978-79 e 1980-81). Con la sua Primavera sbarazzina, nel 1980-81 ha vinto la Coppa Italia, battendo in finale il Milan. Nel 1981-82, con lo storico Bari dei baresi fatto di giovanissimi titolari come i difensori De Trizio, Caricola, Armenise, il mediano Loseto, e la punta De Rosa, ha disputato una magnifica stagione in termini di gioco e risultati, mancando per soli due punti la promozione in serie A, ma facendo parlare l’Italia intera. Nel campionato seguente, a tredici giornate dalla fine, è stato esonerato e sostituito da Radice. Successivamente, ha allenato Varese, Pescara (7° posto in B), richiedendo in squadra il barese Gigi De Rosa, nuovamente il Bari (dal 1986 al 1988), con cui ha sfiorato ancora una volta la massima serie, Piacenza, Lazio (giovanili), Vis Pesaro, Leffe, Foggia (serie A), Pistoiese, Como, Acireale e CSKA Sofia. Dal carattere schivo e riservato, in campo era molto preciso, e, spesso, durante le gare della ‘Primavera’, se qualche suo giocatore usciva dagli schemi lo faceva uscire dal campo anche se aveva terminato i cambi. Ma quei ‘terribili’ ragazzi baresi lo adoravano, e tutt’ora lo ricordano con grandissimo affetto. È scomparso a 60anni, a causa di un infarto, a seguito di un malore accusato dopo una cena tra amici. Sposato con Silvana, ha avuto due figli: Niccolò e Martina. Vogliamo rivivere il ricordo di Enrico Catuzzi tramite suo figlio Niccolò: 34 anni, laureato in scienze motorie, vive a Parma e segue da tempo una polisportiva della città emiliana, nel centro sportivo intitolato a suo padre Enrico. Appassionato di tattica sportiva, non segue molto il calcio, ma il suo occhio, per questioni di cuore, cade sempre su Bari e Parma.
Il Bari dei baresi è stato qualcosa di straordinario, di magico, che resterà per sempre stampato nella mente e nel cuore dei tifosi. Ancora oggi, è ricordato come il Bari più affascinante della storia.
Allora Niccolò… come ci si sente a essere il figlio dell’allenatore che ha inventato la zona totale?
“Bella domanda tosta. Non posso dire che lui è stato l’inventore, ma lo sento dire da tanti. È bello, mi riempie d’orgoglio sapere che ha lasciato un segno così marcato”.
Quali erano le sue caratteristiche caratteriali?
“Nel suo ambito ha trovato il modo di esprimere se stesso, perché lui era sostanzialmente un artista. Ha trovato nel calcio il suo modo di esprimersi in maniera geniale. Una persona fuori dalle righe e dagli schemi, e il calcio era la sua grande passione e la sua vita. A Parma, quando girarono scene del film ‘Novecento’ di Bertolucci, le due equipe si sfidarono in una partita di calcio, scegliendo i ragazzi più bravi di Parma, tra cui un giovane Carlo Ancelotti, e mio padre fece una tripletta in quella partitella”.
Ricordi un aneddoto calcistico vissuto insieme a tuo padre?
“Da piccolo facevo il portiere perché in mezzo al campo non ci sapevo fare, e papà per allenarmi mi riempiva di pallonate, ma non ne prendevo una. E quando mi chiese se volessi fare davvero il portiere, mi disse ‘preparati perché il portiere dovrà essere un giocatore di movimento aggiunto’. E mi spiegava, con mia grande sorpresa, degli schemi per il portiere. Questa cosa mi è rimasta impressa”.
Tuo padre ti ha mai raccontato del ‘Bari dei baresi’?
“No, perché lui era un po’ particolare e abbastanza chiuso, ma col tempo ho capito che lui queste emozioni le teneva dentro. Era il classico orso buono. Ma quando girava la parola Bari, qualcosa in lui si muoveva. Ho saputo che si fermava ogni giorno fuori con la sua Mercedes allo stadio ‘della Vittoria’ a firmare autografi a una fila di gente, e restava sino all’ultimo tifoso in attesa. Giovanni Loseto, che incontrai in un albergo qui a Parma, mi abbracciò e mi dette uno scappellotto amichevole, e mi disse di quante volte mio papà gliene aveva dati a loro. Erano come i suoi figli. So anche che una volta, dopo una cena in ritiro, alcuni ragazzi avevano lasciato tutto scomposto e lui diventò una furia: li fece riscendere dalle loro stanze per sistemare tutto, dopo aver chiesto scusa ai camerieri. Si era creata un’alchimia”.
I tuoi genitori hanno vissuto tanti anni a Bari. Tua madre che ricordi ha della città?
“Se parli a mia mamma di Bari, lei piange ancora per la bellezza e per la gioia di quei momenti vissuti in città. Mi raccontava dei pescatori che le portavano il pesce direttamente dal mare. Amava Polignano e, quando vede quei posti in televisione, si emoziona. Mia sorella Martina, tra l’altro, è nata a Bari. Bari è nel nostro cuore e lo sarà sempre”.
E tu cosa pensi del ‘Bari dei baresi’?
“Una magia meravigliosa. Lo dico con orgoglio e commozione, per tutto quello che mio padre e quei ragazzi hanno regalato alla città di Bari. Sapere che la gente, dopo quarant’anni, è ancora felice nel ricordare quel Bari dei baresi, per me è il regalo più bello. Quando sento voi che mi date queste manifestazioni d’affetto, mi emoziono tanto. La città di Bari avrà sempre questo bel magico ricordo che verrà tramandato sempre, grazie a voi. E sapere che chiunque potrà aggrapparmi a questo ricordo e trarne della luce, è qualcosa che non avete idea di come mi fa sentire. La cosa potente è che lui a Bari ha ricreato la sua Parma due, anche se Bari, calcisticamente, è stata per lui la numero uno. In molti mi hanno raccontato la bellissima partita di Rimini: una roba impressionante, con tantissimi baresi e con il presidente del Rimini che, incredulo per il grande gioco, si chiedeva se i baresi in campo fossero più di undici. Incredibile! Che spettacolo!”.
Enrico Catuzzi ha avuto anche una terribile paura dell’aereo…
“Un suo caro amico mi disse che quella paura era dovuta al non volersi staccare dalla sua terra, perché aveva la parmigianità come malattia. Era una specie di segnale, perché alla fine la sua genialità era frutto anche della sua immaturità in senso buono. Vincenzo Marinelli, che fu suo presidente al Pescara, mi disse che insieme a Matarrese, dopo l’exploit di mio padre col Bari, avevano valutato la sua candidatura come allenatore della Nazionale, ma poi ci ripensarono perché si chiesero come sarebbe stato possibile dare la Nazionale a uno che non prende l’aereo”.
Il pregio più grande di Enrico Catuzzi?
“La sua eccezionale bontà”.
Il suo difetto?
“Si chiudeva, era enormemente timido e insicuro”.
In campo era molto pignolo. Era così anche nella vita extra-calcio?
“In casa è stato un buon papà, ma faceva fatica a esternare le sue emozioni. Ma quando lo faceva, rovesciavi davvero un bel vaso potente, come un vulcano. La sua chiusura caratteriale è stato il suo problema in tutti i sensi. Lui diceva ‘datemi un campo da calcio e lì non avrò paura di nessuno’. Solo in campo di sentiva Enrico Catuzzi al 100%”.
Molti dei suoi ex ragazzi del Bari, hanno detto che a volte diventava abbastanza severo, anche se era un modo per spronarli. Com’è stato il Catuzzi padre?
“Era molto sulle sue, ma non ci ha mai alzato un dito. Non ha mai sbottato, ma bastava uno sguardo per ghiacciarti e questo faceva un po’ paura”.
La sua musica preferita?
“L’unica volta che ho visto mio papà commosso, è stata quando hanno annunciato in televisione la morte di Lucio Battisti. E poi aveva tutti i dischi dei Beatles”.
Il suo piatto preferito?
“I bolliti, e i cappelletti parmigiani”.
A Bari ha avuto modo di gustare buon pesce…
“Lui adorava il pesce. A Bari, poi, c’è il pesce vero. Infatti, mi hanno spiegato di certe sue grandi mangiate di pesce fatte nei suoi anni a Bari”.
I suoi hobby?
“Andava a correre e usava molto la bicicletta, perché era appassionato anche di ciclismo. Con mio nonno andava a seguire le tappe quando poteva. Pensa che vita da sportivo che faceva, e il suo arresto cardiaco si ricollega alla sua emotività implosa dentro di sé”.
Qual è la cosa più importante che ti ha lasciato?
“Il rispetto verso tutte le persone di ogni categoria. Nei miei anni di collaborazione nel calcio giovanile, non sono mai stato nemmeno ammonito. Educazione e rispetto: sono cose di cui mi vanto e che mi ha lasciato mio padre, e sono per me un tesoro enorme”.
Nel 2000 andò in Bulgaria, al CSKA Sofia, ed è stato uno dei primi tecnici ad andare all’estero. Come mai questa decisione?
“Lui era fermo da un po’ e venne contattato da due giornalisti, tra cui Zazzaroni, per un’intervista in cui gli chiesero come mai uno come Catuzzi era fermo da anni. Questo mosse un po’ le acque e tramite persone vicine a Igor Kolyvanov, arrivò la chiamata dalla Bulgaria. Anche in Bulgaria creò una bella cosa, perché si stava formando quell’atmosfera umana che aveva creato a Bari. Il suo traduttore mi ha raccontato che una volta lo hanno cercato per ore nel centro sportivo e alla fine lo hanno trovato arrampicato su una pianta a mangiare le ciliegie invitando la squadra a salire sulla pianta. La sua ultima chiamata prima di lasciare questa terra”.
Chiaramente in Bulgaria ci è andato in macchina…
“Ovvio. In auto, in mezzo alle tempeste di neve. Regalava gagliardetti e magliette ai militari alla frontiera che lo aspettavano per far festa”.
Possiamo dire che Bari è stato il suo momento più bello della sua carriera?
“Decisamente. A Bari il suo momento migliore”.
Perché non è mai riuscito ad allenare una grande squadra?
“Per il suo carattere. Era abbastanza fuori dalle righe e soffriva il suo carattere. Non ha mai voluto frequentare i salotti della televisione. Era schivo e non scendeva a certe dinamiche. Rispetto ne ha sempre avuto, ma quel suo carattere non gli ha permesso di spiccare il volo”.
Segui il Bari?
“Seguo poco il calcio. So che è non è stata un’annata bella per il Bari, ma quando il Parma ha raggiunto la matematica serie A proprio a Bari, ho guardato il cielo”.
Gli piacerebbe il calcio di oggi?
“Credo di sì, perché è un calcio che sta andando verso il calcio offensivo. Gasperini lo avrebbe apprezzato sicuramente”.
E il calcio moderno fatto di procuratori?
“Quel mondo lo avrebbe odiato. Già all’epoca si era subito staccato”.
I giovani di oggi sono abituati ad avere tutto e subito. Enrico Catuzzi come avrebbe reagito?
“Non li avrebbe sopportati”.
Il Bari dei baresi è irripetibile?
“Assolutamente sì. Non si potrà ripetere il Bari dei baresi. È stata magia pura”.








