La faccina che ride a crepapelle, il pollice all’insù e il cuore rosso. Sono alcune delle emoji – sicuramente tra le più popolari – che costellano il nuovo mondo della comunicazione, e delle nostre chat. Sono molto più che semplici e simpatiche animazioni: più che pregnanti nel tessuto culturale della società contemporanea, sono la naturale evoluzione delle emoticons degli anni Novanta nonché la forma espressiva e dialogica per antonomasia delle conversazioni odierne, tale da meritarsi una specifica giornata commemorativa: il World Emoji Day, in calendario il 17 luglio.
Una giornata dedicata ai simboli digitali che, nel giro di pochi anni, hanno radicalmente trasformato il nostro modo di comunicare, un linguaggio universale che va oltre le barriere linguistiche e culturali (non sempre). Il mondo celebra le emoji: dallo smile alla faccina arrabbiata passando per il pianto disperato e il numero 100 che indica piena approvazione. Le emoji, accettate come lingua globale, nascono in Giappone agli albori del nuovo secolo grazie all’iniziativa di Shigetaka Kurita, che ideò una prima serie di 176 simboli per migliorare la comunicazione nei messaggi brevi dei telefoni mobili. Secondo Unicode Consortium, l’organizzazione che standardizza i caratteri digitali, esistono oggi oltre 3.600 emoji ufficialmente riconosciute.
In occasione del World Emoji Day si sono raccolte le riflessioni di tre grandi icone baresi: l’intramontabile comico Nicola Pignataro, lo showman e musicista Renato Ciardo, e il celebre influencer Daniele Condotta. Le chat di questi sono abitate – per così dire – dalle emoji? Quanto e come le utilizzano nelle proprie conversazioni?
“Le uso sempre, ormai sono il mio intercalare digitale… Se ti mando un messaggio senza, o sono arrabbiato o ho la batteria all’1% – racconta lo youtuber Condotta – Quella che uso di più soprattutto in questo periodo è la faccina con la mano in faccia: la mando alla mia compagna a ogni bolletta della luce che riceviamo. Scherzi a parte, quella che uso di più è la faccina che ride fino alle lacrime, mi fa troppo ridere e rende il messaggio inequivocabilmente non serio (a prova di permalosi). Quella che non uso mai è l’emoji del diamante. Bellissima eh, ma l’unica cosa brillante nella mia vita è la fronte quando sudo. Quella che manca? Una che rappresenti davvero le relazioni sociali moderne: qualcosa tipo due persone vicine, ma ognuna con lo sguardo sul telefono. Oppure un’emoji che esprima il “ti leggo, ma non so cosa risponderti” — quella zona grigia tra il visualizzato e il ghosting. Sarebbe utilissima in chat, molto più sincera di un semplice pollice”.
“Sinceramente ne uso poche, sono sempre le stesse – non si nasconde il poliedrico Ciardo – L’emoji che manca e che sarebbe utile oggi come oggi? Beh, inserirei un ‘tuzzo’, la testa che si muove (per dire che è di Poggiofranco) e poi l’espressione che molti usano e che mi dà ai nervi, ‘Quant’altro’.”
“Sarò un tipo veramente all’antica ma non le uso mai – rivela infine Pignataro – Quando me le mandano cerco di capire il significato e il più delle volte devo chiamare mio nipote che mi fa da professore. Non ne utilizzo davvero nessuna perché rispondo in italiano con virgole, punti esclamativi e interrogativi. Certe volte mi spavento quando mi inviano queste ‘cose’ strane. Mio nipote mi ha fatto vedere che ci sono quasi duecento tipi che dicono tutto e niente: quindi, non voglio finire la mia vita da imbecille ma continuo a scrivere nella lingua italiana. Ho molta stima degli insegnamenti dei nostri genitori, il rispetto e l’educazione d’altri tempi, ma sono preoccupatissimo per i ragazzi di oggi immersi tra emoticons e cuoricini, si lascia il cellulare nelle mani di bambini di tre anni e non va bene. Salviamo la specie”.
In un mondo sempre più connesso ma frenetico, le emoji permettono di trasmettere emozioni, intenzioni e toni di voce con un semplice simbolo. Non sono mere decorazioni digitali ma elementi strutturali che gli esperti di linguistica considerano nuova forma di “paralinguaggio”, cioè un insieme di segnali che accompagnano le parole per chiarire o rafforzarne il significato. Dunque, il World Emoji Day non è solo un atto di celebrazione bensì un momento per riflettere su come la tecnologia stia modificando il linguaggio e il modo in cui ci relazioniamo. In un’epoca dove le parole spesso non bastano, una piccola faccina può davvero dire molto più di mille parole?








