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Home » Storie » “Ingegnere, avvocato ed economista: abbiamo lasciato tutto per fare birra artigianale”. La storia da Alberobello

“Ingegnere, avvocato ed economista: abbiamo lasciato tutto per fare birra artigianale”. La storia da Alberobello

diSara Di Leo
17 Agosto 2025 - Aggiornato il 18 Agosto 2025
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Malart Ev

© Riproduzione riservata

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Un avvocato, un ingegnere informatico e un economista si incontrano in birreria. Non è l’inizio di una barzelletta, ma è la storia di Nicola Perrini, Simone Girolamo e Paolo Bimbo, tre amici, tre alberobellesi DOC che hanno messo da parte un lavoro a tempo indeterminato per aprire una birreria artigianale in un trullo. Nel pieno di Alberobello, i tre amici sono alla guida di “Malart” che produce birra artigianale prodotta in modo indipendente, naturale e con materie prime biologiche.

Dal Vangelo secondo Zalone (Checco): Non abbandonare il posto fisso. Di conseguenza, la prima domanda sorge spontanea: Perché lasciare i precedenti lavori? Risponde Simone “Mi sono laureato in giurisprudenza e dopo l’esame di avvocato sono diventato avvocato a tutti gli effetti, ma con gli anni un po’ di passione si è persa, sentivo di non divertirmi più. Sono una persona socievole; in tutta la mia vita ho fatto lavori a contatto con il pubblico, tra cui il barman per tanti anni, quindi non riesco a stare stretto in quattro mura per molto tempo. In quel momento anche Nicola Perrini era in bilico sul decidere cosa voler fare e ha proposto a me e Paolo di aprire un birrificio. Ci siamo trovati al momento giusto nel posto giusto e abbiamo subito accettato nell’incoscienza più totale di cosa sarebbe stato”.

Una decisione audace per l’ingegnere informatico Nicola, titolare di una società di informatica e maestro Stem, per l’economista Paolo e per l’avvocato Simone. I tre amici, raggiunti i diversi obiettivi accademici, hanno deciso di rimettersi in gioco. “Ci siamo buttati a capofitto in un’avventura brassicola e dopo quasi otto anni posso dire che è stata la scelta più felice che potessimo fare”.

Dalla voglia di reinventarsi, nel 2016 nasce Malart, il primo birrificio artigianale ad Alberobello, giovane realtà inserita già da 3 edizioni nell’autorevole guida alla Birra artigianale Slow Food. “La spinta iniziale l’ha data il nostro mastro birraio, Nicola Perrini che ha iniziato a fare birra in casa 14 anni fa, partendo nel garage di casa sua con componenti di risulta recuperati in maniera artigianale, macinando i grani con un macinino per caffè in maniera amatoriale – racconta Simone – Io e Paolo abbiamo fatto da ‘cavia’, assaggiando questa birra prodotta da Nicola e che negli anni andava sempre migliorando fino a quando abbiamo deciso di provare a fare qualcosa di più di importante tutti insieme e di costruire il nostro birrificio, di produrre birra nella nostra Alberobello, dove siamo tutti e tre nati e cresciuti. Inizialmente l’obiettivo era di venderla ai ristoranti e ai locali della zona, fino a quando nel 2022 abbiamo coronato il nostro sogno di aprire una birreria tutta nostra in un trullo nella zona monumentale di Alberobello”.

“Abbiamo un legame fortissimo con le nostre tradizioni, il nostro territorio e con la Puglia, siamo innamorati della nostra terra e in particolare della nostra città che è il diamante della regione, simbolo della Puglia in tutto il mondo – dichiara Simone – Ci teniamo a portarla in alto nel nostro piccolo con il progetto Malart, per cui in ogni birra che realizziamo un ingrediente coltivato o prodotto direttamente ad Alberobello da aziende locali, per dare una connotazione autentica”.

Ma perché Malart? Cosa significa? Il vocabolo desta sicuramente curiosità. “Ci abbiamo messo un anno per scegliere il nome del locale, valutando forse 50 nomi fino a quando è venuto fuori MALART che è una parola del nostro dialetto, alberobellese-pugliese. Non volevamo un nome inglese, quindi ci siamo concentrati sull’italiano e sul dialetto – afferma Simone – Però trovare una parola del nostro vernacolo che non risultasse dura nell’ascolto può essere difficile. Malart è quello che ci siamo sentiti ripetere per una vita dai nostri genitori e nonni: “Mi raccomando, non fare malàrt”, ossia non ti mettere nei guai. Non dimenticherò mai mia nonna ripetermelo in continuazione, poiché ero vivace da ragazzo mi diceva sempre ‘Tu si buon schitt a fè malart’. Il significato parte di base come cattiva azione, come marachella di un ragazzino o come atto strano che si vuole nascondere agli altri”.

Una parola legata ai ricordi passati, scovata per caso e che calzava a pennello con il presente e il progetto futuro di Simone, Nicola e Paolo. “Dopo 2 settimane abbiamo guardato il nome e ci è venuta l’illuminazione: Mal è l’acronimo di Malto, Acqua e Luppolo, i tre pilastri senza i quali la birra non può essere prodotta; dopo Mal c’è Art come Artigianale o come Arte del malto, acqua e luppolo”. Il cerchio si chiude nel segno dell’amicizia e della pugliesità.

 

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