“La prova a carico di Busco e a fondamento della sua responsabilità è meramente indiziaria”. Si riassumono in questa frase le motivazioni della Corte d’assise d’appello di Bari che a giugno scorso hanno assolto con formula piena il pregiudicato barese Antonio Busco, condannato in primo grado all’ergastolo per l’omicidio di Giuseppe Gelao e il ferimento di Antonino Palermiti, il 6 marzo 2017, nel quartiere Japigia. L’omicidio si colloca, secondo gli investigatori della Direzione distrettuale antimafia, nell’ambito della guerra tra il gruppo facente capo a Busco e il clan Palermiti per il controllo di traffico e spaccio di droga. In particolare, secondo la ricostruzione accusatoria, sarebbe stata la risposta ad un altro delitto, quello di Franco Barbieri, ucciso il 17 gennaio 2017 nello stesso rione.
Per cominciare, spiegano i giudici di primo grado, “nessuno ha visto Busco, dal momento che i quattro attentatori, in sella a due moto, indossavano tute e caschi integrali. L’unico riconoscimento riguarda solo la sua sagoma”. Ma non solo. Gli elementi indiziari che lo incastravano, spiegano ancora, risultano indeboliti dall’assoluzione di altri due coimputati, Domenico Monti e Giuseppe Signorile. E nuovi elementi non ce ne sarebbero. Tra l’altro, evidenziano, anche le dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, per questo motivo, non sarebbero sufficienti, mentre è poco rilevante la circostanza che i telefoni fossero stati spenti durante la ‘picchiata’. Infine, il fatto che Antonio Busco e la sua famiglia avessero lasciato il quartiere Japigia nei giorni successivi o che non fosse andato al funerale di Gelao si può attribuire al timore, visto quello che era accaduto, di essere vittima di una risposta di sangue.







