La fronte rosea e morbida lascia l’alone sul finestrone, mentre i riccioli biondi si sparpagliano e attorcigliano tra le dita del papà. Un bimbo siede sul secondo vagone del treno in viaggio da Altamura a Bari e sul vetro segue con i polpastrelli umidi il contorno delle curve murgiane. Il piccolo è immerso nel paesaggio, quasi in ipnosi, e sobbalza a ogni fermata, come se la frenata interrompesse bruscamente il suo percorso onirico, fatto di terra bruciata e scorci verdi. “Signora, resti seduta, siamo a Pescariello, qui non si scende”. L’accorato avviso di un pendolare a una turista spaesata smorza i pensieri del fanciullo. “Perché non si scende? È una fermata fantasma? Una prova di sopravvivenza? Serve a depistare i passeggeri?” La viaggiatrice ha l’ansia a fior di pelle travestita da nevrotico sarcasmo.
Eppure le sue domande sollevano la curiosità degli altri presenti sul convoglio, molti dei quali autoctoni che pur prendendo quel treno ogni santo giorno non si sono mai lontanamente posti dubbi sul perché non ci sia anima viva in attesa alla stazione di Pescariello. Una ragazza è seduta a gambe incrociate, non smette di digitare parole sul suo smartphone, ma la frenesia touch non riesce a fermare la voglia di esprimersi sul mistero della fermata. Così, con la testa china e le dita fredde per via di una circolazione sanguigna bloccata dallo scrolling, mugugna: “Credo sia uno stop dovuto e di controllo per capire i tempi dei treni in corsa. Si dice che di solito scenda solo qualcuno all’alba, perdendosi nella nebbia… per vendere l’amore. Non dev’essere un’esistenza facile”. Un uomo cerca gli auricolari nella sua borsa ventiquattrore e con stizza biascica parole: “Fino a qualche anno fa diverse associazioni pugliesi di cicloturismo organizzavano qui dei tour a piedi e in bicicletta in orari crepuscolari, con tanto di spaghettata informale all’interno della struttura ferroviaria. L’iniziativa creava un bel giro di turisti, ma si sa come vanno a finire queste cose… per i decisori, spesso censori, è solo aria fritta”.
Intanto le voci fanno a morsi, tra pettegolezzi, retro pensieri, ricordi. Il bambino spalanca gli occhioni azzurri e segue le bocche scucite dei passeggeri: ha l’aria vispa di chi nella stazione dell’ex Masseria Pescariello, in quel fabbricato rosso fegato a due piani, c’è già stato. Forse in un’altra vita, forse.
Il tempo si strappa.
Sono gli anni ’60, Nicola è un giovane capostazione delle Ferrovie Calabro Lucane con la verve fagocitante di chi ha fretta di trasformare le comunità, le città, le società, anche le più intricate, in luoghi giusti. Il ragazzo modugnese sa il fatto suo, forse anche il nostro, visto il suo spessore trascendentale. A Nicola spetta il posto a Pescariello e nei ritagli di tempo notturno, quando il treno è ormai vento fra le ferule di Mellitto, studia per diventare magistrato. Sui binari rincorre l’esame di Stato da procuratore, sui vagoni si aggira frenetico il sogno della legalità. Il ragazzo appoggia ogni sera il capo con sonnolenza sul tavolo all’interno del casolare, tra i tomi di diritto già più vetusti del suo ingegno. La sua scrittura cardiaca riempie i quaderni d’appunti e d’apostrofi sui buchi legislativi. I treni passano, Nicola Magrone diventa giudice e il fischio a Pescariello si fa sempre più flebile, fino a tacere.
Il tempo si strappa.
È l’oggi e quel che rimane non è più Calabro, ma Appulo-Lucano. Resta un percorso da ologramma, sospeso, una scritta sulla casetta rossastra alle porte del Parco dell’Alta Murgia. La fronte rosea e morbida lascia l’alone sul finestrone, mentre i riccioli biondi si sparpagliano. Un bimbo siede sul vagone del treno Fal in viaggio da Altamura a Bari. “Papà, siamo ancora a Pescariello. Qui non si scende”. Tanto dura il viaggio.







