“Adesso hai una possibilità rara, quella di essere un’altra persona. Chiudi gli occhi e cercala dentro di te”. Un mondo, quello odierno, che è Tutta scena: popolato da personaggi in cerca d’autore, ipocriti (ossia, attori), per ognuno di noi la vera occasione da ricercare e cogliere al volo sta nello scoprire la propria identità. Svelare l’io a sé stessi ancor prima che all’esterno.
Tutta scena è la nuova serie coming-of-age prodotta da Rai Fiction – One More Pictures in collaborazione con Trentino Film Commission, per la regia di Nicola Conversa, giovane regista classe 1989 di Canosa di Puglia. Disponibile a partire dal 19 dicembre su RaiPlay in otto puntate, la serie segue le vicende di un gruppo di giovani ragazzi aspiranti attori e performer, dai 18 ai 19 anni, partecipanti ad un master esclusivo supervisionati da un corpo docente d’eccezione, tra cui figura Guido Terenzi (interpretato da Giorgio Panariello) per ottenere una borsa di studio alla rinomata High Academy Musical School di New York e recitare in una produzione a Broadway. Tutta Scena è un viaggio attraverso le emozioni, le aspirazioni e le insicurezze; un gioco pirandelliano in cui ogni carattere è alla ricerca di una seconda chance che trova su quel proscenio, costringendo dolcemente a dover calare la maschera ed esporre l’anima nuda, a esplorare l’autenticità dell’Essere Umani.
Nicola Conversa, volto pugliese già noto sul web e autore di numerosi lavori tra cui ‘Mezzanotte Zero Zero’, film in cinquina finalista ai David di Donatello 2018, parla a Telebari. “Tutta Scena è una serie che parla del fatto che noi non continuiamo a recitare, ma stiamo vivendo una vita che fondamentalmente non vogliamo; vorremmo sempre un’altra vita, però poi, quando la riceviamo, non sappiamo se è quella giusta. Tutta Scena nasce dall’esigenza di raccontare una generazione che vive immersa nei social media, dove ogni giorno si recita un ruolo. – racconta Conversa – I ragazzi di oggi si trovano spesso a creare un’immagine di sé che non rispecchia la loro vera identità, costruendo una realtà parallela fatta di apparenze. È come se fossero intrappolati in una recita senza fine. Nel master, i protagonisti sono costretti a lasciare gli smartphone e confrontarsi con la vita reale, senza filtri, lontano da tutto. Questo li porta a vivere relazioni e conflitti personali e interpersonali in modo genuino, senza le distorsioni del mondo virtuale. E, in questo contesto, il teatro diventa il mezzo perfetto per esplorare i loro sogni, le paure e, soprattutto, il bisogno di autenticità, di riconnettersi alla realtà”.
Nel millennio della rapidità, della performance, sospeso tra realtà e finzione, tra essenza e apparenza, Nicola Conversa, a cavallo tra la generazione analogica e virtuale, ha una mano gentile verso la tematica dell’identità, che sembra essere quasi la cifra di ogni sua opera.
E tu hai trovato la tua identità? “No, per nulla, è stato un periodo non gentile nei miei confronti, ho dovuto fare dei cambiamenti e ho scoperto il valore della terapia. La mia identità non l’ho trovata, la sto cercando, sto imparando a volermi un po’ più bene. A livello umano c’è un’insicurezza di fondo e, probabilmente, devo venire a patti con il fatto che non sarò mai pienamente felice e soddisfatto di quello che faccio. Ma ci sto lavorando: a volte trovo la mia identità e l’abbraccio, a volte non mi piace. Ma credo che tutto stia nel processo: nel momento in cui dovessi essere sicuro di quello che sto facendo, lì ci sarebbe un errore”.
Eppure, dal punto di vista professionale, Nicola Conversa ha dimostrato di avere una forte identità: esiste un fil rouge in tutte le sue creazioni, ossia un’attenzione, una cura nei confronti dell’interiorità. “Tutto secondo me è un attimo diventato un po’ più disincantato, non so spiegarlo, è tutto molto freddo. Non so se è stata colpa del Covid, dei social o se sia dovuto al cambio generazionale. Noto che le persone hanno proprio paura a lasciarsi andare, a dimostrarsi dolci, c’è sempre una freddezza in base, un timore di sbagliare le parole. È come se profondamente tutti dovessimo far finta di essere forti, belli e risolti. Invece no, è bello essere non risolto a volte, è bello chiedere aiuto. Essere mediocri è meraviglioso; il problema è che nessuno vuole essere mediocri. Come Cremonini diceva, nessuno vuole essere Robin; però Batman senza Robin era forte a metà. Questo è il problema”.
Non ci sono dubbi per il regista Conversa sulla sua Persona (non intendendo il termine in quanto ‘individuo’, ma ‘anima’) e l’essere forgiato dalla terra pugliese: “Sono super radicato in Puglia, e sto pensando anche di ritornare a vivere in Puglia, non lo nego. Rimarrò sempre pugliese, mi fa male il cuore non aver mai girato in Puglia. È un momento molto delicato per il cinema, ma l’idea è di poter un giorno fare un film in Puglia, a casa – dice Nicola- Il mio modo di guardare le cose è figlio del fatto di essere pugliese. La mia ironia, la mia simpatia nel modo di guardare sono state modellate perché ho frequentato un determinato tipo di persone e non abbandonerò mai la Puglia”.
Le parole di Nicola si chiudono invitando a una riflessione sulla gentilezza e sui rapporti tra persone, sperimentati dal regista non ultimo proprio sul set di Tutta Scena: “Gli attori con cui ho lavorato per questa serie li considero un regalo, perché nonostante abbia 36 anni e sono molto giovane per fare questo mestiere rispetto al dato anagrafico degli altri registi italiani, mi sento molto fiero e felice di me stesso. Giorgio è incredibile, una persona che, secondo me, è profondamente drammatica più che comica ed è stato straordinario vederlo completamente affidarsi ad una persona di 30 anni più piccola. Addirittura, per alcune battute, veniva a chiedermi se funzionassero. Mi sembrava incredibile – sorride Nicola – Ma soprattutto sono felice di aver trovato delle persone che hanno giocato con me. È lì che si vede l’umanità delle persone e non è sempre scontato”.








