L’asteroide Marilyn Manson è precipitato su Bari, e ha aperto una voragine. Concerto più che atteso, quello della sera del 13 luglio all’interno della Fiera del Levante (organizzato da Bass Culture): le aspettative erano alte, e sono state ampiamente soddisfatte. Generosissimo sul palco, Brian Warner – vero nome di Marilyn Manson – a dimostrazione che il rock è vivo, sta benissimo e non ha alcuna intenzione di schiodare. Ha sempre fatto discutere, Marilyn Manson, ma più chi non lo conosce o si è sempre fermato alla superficie: perché è un artista a tutti gli effetti, profondo e d’effetto, e allo stesso tempo scenografico e performer come pochi. L’uomo degli incubi peggiori, dei segreti inconfessati e inconfessabili che in lui prendono corpo è voce: Marilyn Manson è sempre stato così, e – meraviglia dell’arte e della musica – ha sempre volato più in alto delle polemiche spicciole che da trent’anni a questa parte l’hanno voluto ora pericoloso e ora satanico, cattivo esempio e fenomeno passeggero.
Sono passate diverse decadi e lui è sempre lì, più in forma che mai. Bari se n’è accorta e l’ha accolto a braccia aperte, lo attendeva fremente per l’unica tappa al Sud Italia, la sua prima. L’ha urlata e incitata a gran voce sempre, “Bari”, fra una canzone e l’altra, e il repertorio Manson c’è stato tutto, dai brani più recenti dell’ultimo “One assassination under God” ai più vecchi che sono ormai grandi classici, da “The beautiful people” a “Tourniquet”, comprese due acclamate cover come “Sweet dreams” e “Personal Jesus”. Il repertorio di Marilyn Manson è fatto di canzoni, sì, ma anche di tanto altro: di lenti a contatto colorate che rendono lo sguardo ancora più inquietante, abiti gotici e bendaggi a mo’ di mummia, trucco pesante e copricapo, piume e addirittura trampoli e stampelle, cappelli da militare che ricordano dittature distopiche. Angoscia e allo stesso tempo non fa più paura, Marilyn Manson, e il pubblico che con lui è cresciuto lo sa bene e se lo tiene stretto, non solo come ricordo nostalgico di quell’indovinato mix di generi – rock e metal, glam e pure punk – che ne sancì la fortuna a fine anni 90, complici le inevitabili provocazioni – ma anche come dimostrazione che il tempo passa, ma l’unicità e l’arte restano.
Un’ora e mezza di pura adrenalina, quella sputata dal palco di Bari, e il fatto che fra il pubblico ci fossero non solo i giovani di un tempo – qualcuno ancora alternativo, qualcuno non più – ma anche tanti ragazzi e addirittura bambini, è un sospiro di sollievo. Perché il rock è vivo più che mai. Parola di “beautiful people”.







