Una accoglienza diversa, che si trasforma in inclusione e famiglia. Un modo di vivere il percorso di integrazione in una società dall’interno, accompagnati mano per mano attraverso le peripezie burocratiche italiane ma anche facendosi spiegare una cultura per capirla, viverla e farne il proprio futuro.
È questa l’esperienza del progetto “Famiglie senza confini”, avviato dal Comune di Bari nel 2018, promosso dall’Assessorato al Welfare e gestito dalla cooperativa Gea, offrendo la possibilità a coppie o persone singole di diventare punti di riferimento affettivi ed educativi ai migranti e agli stranieri non accompagnati. Nel 2022, infatti, il Comune di Bari ha accolto 226 minori stranieri non accompagnati, di cui 119 accolti per la prima volta proprio durante l’anno, 55 che hanno raggiunto la maggiore età nel corso dell’anno e 48 neo maggiorenni. E allora Bari ha deciso di scommettere su un diverso tipo di integrazione di questi ragazzi e ragazze.
Il ragionamento, d’altronde, è semplice: per integrarsi al meglio in una società, per sentirsi cittadino di quel Paese non servono solo corsi di lingua, documenti e iter burocratici ma serve sentirsi amato e voluto. Sentirsi parte integrante di una società, capire come è fatta una comunità, come muoversi, dove andare, come comportarsi ma anche conoscere nuove persone, nuovi amici e lasciarsi conoscere sono tutti strumenti per diventare, come piace dire ad alcuni, cittadino e integrato.
“Mi sembrava una scelta naturale perché sono persone e hanno semplicemente bisogno di avere un riferimento, qualcuno che non sia un educatore, un operatore sociale o solo un insegnante. Hanno bisogno di qualcuno che sia una figura che semplicemente li accompagni a fare una passeggiata, gli spieghi dov’è un ufficio oppure gli faccia provare patate riso e cozze, visto che ne andiamo tanto orgogliosi e poi non lo condividiamo con qualcun altro”, racconta Claudia Pecci, una delle tante baresi che hanno deciso di intraprendere questo percorso di affidamento prendendosi cura di Karamoko Fofana, diciottenne originario della Costa d’Avorio, giunto in Italia dopo anni di viaggio tra deserto, barconi e viaggi della speranza.
Karamoko è in Italia, a Bari da poco meno di due anni, ha un lavoro nella ristorazione ma vorrebbe fare il meccanico perché ama le macchine, è in casa con altri ragazzi ma con Claudia si vede ogni giorno. Passeggia per la città nel suo tempo libero, adora farlo, adora guardarsi in giro e ammirare la città. Lo fa con Claudia che gli dona il suo tempo, consigli e affetto: “Noi non saremo mai un sostituto della loro famiglia ma fortunatamente, almeno nel mio caso, hanno dei riferimenti qui in Italia e una loro famiglia nel paese d’origine. Noi qui siamo solo dei referenti, persone che possono diventare amiche. Ma sono cose di cui hanno bisogno, hanno bisogno di affetto, di amicizia, di vicinanza. Ma in fondo come tutti noi. E tra noi è uno scambio continuo, io mi affido a lui e lui si affida a me”. In fondo tutto questo sarebbe naturale. Quante volte ci è capitato di trovarci in una città estera da soli. Nonostatnte gli agi, una carta di credito nel portafogli e uno smartphone in tasca, i primi giorni ci si ritrova spaesati e soli. Si immagini adesso un ragazzino in fuga, che ha attraversato un mare su una barca poco più che navigabile, dopo giorni o mesi a subire chissà quali violenze e umiliazioni. Ecco, un gesto di vero affetto, di amore incondizionato rende il proprio percorso molto più dolce e sui giusti binari.
Ma ovviamente Claudia non si sostituisce alla famiglia di Karamoko, ne diventa un punto di riferimento e di fiducia: “Tramite una videochiamata ho conosciuto sua madre e sua sorella. Parliamo spesso con loro che si fidano di me e sono più tranquille nel sapere Kara al sicuro con persone fidate. Una fiducia che anche Kara ha nei miei confronti tant’è vero che lui mi chiama Claudia ma a volte anche mamma Claudia. Ovviamente per mamma identifica una figura familiare, non è l’unica mamma ma sa che ovviamente sua madre è da un’altra parte”.




