“Conoscevo Antonella Lopez, figlia di un quartiere dove ho tentato di costruire un progetto ambizioso per la città di Bari, un luogo che doveva essere per i giovani, un laboratorio di storie possibili da ricostruire, di errori da perdonare, di un futuro da progettare insieme. Me la ricordo Antonella col suo sorriso accattivante, gentile con tutti, brillante come il sole, me la ricordo insieme alle sue amiche Rosy ed Angela fuori da Chiccolino ad aspettare Claudiu il giovane fidanzatino di Rosy, oggi coppia bellissima”. Il racconto arriva dal profilo social di Raffaele Diomede, educatore che per tanti anni ha operato anche nel quartiere San Girolamo per cercare di offrire un’alternativa valida a tanti ragazzi nati e cresciuti in situazioni di disagio o in famiglie criminali. E Raffaele ha conosciuto direttamente Antonella Lopez, vittima innocente di una sparatoria a Molfetta il 22 settembre. Per ricordarla il quartiere si sta mobilitando per organizzare una fiaccolata, una marcia che vuole essere tanto il lutto di una comunità quanto la dichiarazione forte di un popolo che chiede un futuro diverso per i propri figli.
E Raffaele bene anche il presunto autore dell’omicidio, Michele Lavopa. Proprio con lui stava iniziando a nascere un rapporto che poteva portare a un recupero del ragazzo. Quello che voleva la mamma di Michele, che a Raffaele chiedeva di offrire un mondo diverso da quello della sua famiglia di provenienza: “Conoscevo anche Michele Lavopa, sin da subito ci siam capiti come doveva funzionare il nostro legame educativo, le regole da rispettare, i compiti da svolgere. – spiega Raffaele nella sua riflessione affidata ai social – Ricordo la sua mamma, tenace, con l’unico desiderio di vedere crescere suo figlio sul solco del valore e degli errori da non ripetere… Penso allo strazio indicibile della mamma di Antonella, solo chi ha perso un figlio prematuramente può comprendere, ma penso anche al dolore della mamma di Michele allo sgomento che trafigge l’anima di chi sente di aver fallito come genitore. La morte di una ragazza è uno degli eventi più strazianti che si possano immaginare. Ci lascia con un profondo senso di ingiustizia. La vita di Antonella che aveva appena iniziato a germogliare, con sogni ancora non realizzati, progetti incompiuti e un futuro che sembrava infinito, si è interrotto in modo brutale e improvviso, lasciando chi resta a chiedersi “perché?”, come siamo finiti così, come è possibile che giovani che alla loro età dovrebbero pensare solo a divertirsi, a coltivare i loro desideri, a sognare, possano ritrovarsi in una spirale di violenza inaudita”.
Per Raffaele Diomede sembrano quindi due le riflessioni da fare. Da una parte c’è il lato giudiziario, dall’altro quello sociale. Da una parte i fatti che verranno accertati dagli inquirenti, dall’altra una questione che è più grande e dolorosa che passa dal ricordo di Antonella, che “diventa prezioso e doloroso allo stesso tempo” e che attraversa le vite di due ragazzi “entrambi vittime di dinamiche sociali tossiche, di un sistema sociale che fagocita tanti ragazzi come loro, in meccanismi autodistruttivi”. Perché anche loro, anche Michele poteva poteva farcela, come “Kristian, Francesco, Nicola e Vito” che “sono riusciti ad affrancarsi da un destino criminale solo apparentemente ineluttabile”.
Il dolore della perdita di Antonella fa pensare allora che “forse Michele avrebbe meritato più attenzione dalle istituzioni, avrebbe meritato più opportunità di crescita, più ascolto, forse non sarebbe finita così. Antonella in un certo senso, ci lascia una lezione di eternità: vivere nei cuori che l’hanno amata, come una fiamma che, nonostante il vento in una fredda notte a Molfetta, non si spegne mai davvero”.





