“Un anno fa ho pensato di scrivere il racconto della prigionia di mio padre nel campo di Buchenwald in Germania, per i miei figli e i miei nipoti. Perché è giusto che loro sappiano ed è giusto che onori la memoria di mio padre”. A dirlo è Nicoletta Marcone, figlia di Giuseppe, barese che fu tra i milioni di deportati in un campo di concentramento dalle forze armate tedesche durante la Seconda Guerra Mondiale. Nicoletta ha ricevuto la medaglia d’Onore alla memoria ai familiari dei cittadini deportati a Bari, nel palazzo della Prefettura, in occasione della Giornata della Memoria. Lì ha raccontato l’esperienza terribile del padre e ha voluto scrivere un libro affinché anche questo racconto possa essere tramandato alle future generazioni, affinché non si perda la memoria di ciò che l’odio e la violenza hanno generato in quegli anni.
“Lui – ha continuato Nicoletta – fu imprigionato quando aveva 21 anni senza rendersi conto e senza aver saputo dell’8 settembre. Lui e i suoi compagni di disavventura erano costretti ai lavori forzati, costretti a piantare un binario ferroviario. Un giorno mentre lavorava a mani nude nella neve, cercando di dissodare la terra dalle pietre, trovò una lama. Pensò allora di prenderlo sperando che gli fosse utile per tagliare qualche patata semmai l’avesse trovata, perché mangiavano solo bucce di patate. Ma quel coltellino, durante un controllo dei militari tedeschi, questi trovarono il coltellino. Tutto il suo gruppo di compagni della camerata furono tutti minacciati di una grossa punizione. Ma mio padre si fece avanti e disse che era stato lui a trovare il coltellino.
Per questo fu spogliato, legato a un grosso tronco di un albero, con le braccia alzate e fu frustato numerose volte fino quasi a svenire. Il giorno dopo lo misero di nuovo ai lavori forzati ma il bruciore delle ferite fu talmente forte che prese del grasso che serviva per lavorare e se lo spalmò sulle ferite. Ma questo gli causò una terribile infezione che portò una febbre ad altissima. I tedeschi furono allora costretti a mandarlo in un ospedale. Passò molti giorni tra la vita e la morte ma alla fine l’arrivo dei russi nel campo di concentramento permise la liberazione di tutti i prigionieri”.






