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Home » Attualità » Mamma e figlia incinta morte nell’incidente a Trani, il dolore della soccorritrice: “Non ci si abitua mai”

Mamma e figlia incinta morte nell’incidente a Trani, il dolore della soccorritrice: “Non ci si abitua mai”

diGianluca Battista
7 Aprile 2025
A A
Lettera Soccorritrice

© Riproduzione riservata

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Il lungo fine settimana di sangue sulle strade pugliesi si era aperto venerdì sera, 4 aprile, quando sulla provinciale che collega Bisceglie ad Andria due auto si erano scontrate in territorio di Trani. A perdere la vita la 32enne Margherita Di Liddo ed il bimbo che portava in grembo da sette mesi, tragicamente unita nel destino a sua madre Rosa Mastrototaro, di 62 anni. Nelle scorse ore poi altri tragici sinistri hanno duramente colpito la comunità pugliese, nove le vittime complessivamente, a cui aggiungere proprio il piccolo deceduto nel grembo materno.

Sui social network, attraverso la pagina di Sanitaservice della Asl Bt, si è rapidamente diffusa la straziante lettera di una soccorritrice, arrivata con i suoi colleghi venerdì sera su quella lingua d’asfalto in territorio di Trani. E ciò che emerge dallo scritto che vi proponiamo integralmente è il lato profondamente umano di persone che, in silenzio, operano quotidianamente sulle nostre strade, facendo il bene, salvando vite ed impegnandosi allo stremo fin quando il soffio vitale è presente. Uno spaccato di vita vera e (purtroppo) di morte che lacera l’anima e che richiama tutti ad un collettivo esame di coscienza sui comportamenti alla guida.

“Venerdì sera ho scattato questa foto un secondo prima di scendere dall’ambulanza.
Un momento sospeso, quello in cui il cuore accelera i suoi battiti e la mente si prepara.
Era da poco arrivata la chiamata: incidente frontale, tra Andria e Bisceglie, più feriti coinvolti, Codice Rosso.
Non ci si abitua mai.
Il tragitto dalla postazione al luogo dell’incidente è un tempo strano, di tensione, quasi irreale.
Si viaggia con le sirene spiegate, ma dentro ognuno di noi, il silenzio è assordante. Nessuno parla.
C’è uno stato di ansia, di attesa infinita.
Si ripassano mentalmente i protocolli, pur conoscendoli a memoria.
È un modo per sentirsi pronti al peggio, anche se dentro non lo si è mai del tutto.
Ogni incidente è diverso, ogni scenario può essere il peggiore.
Non sai mai cosa troverai realmente.
E questa tensione ti accompagna, battito dopo battito, curva dopo curva.
Ogni volta che si arriva su un luogo così, è come se il tempo rallentasse.
Un silenzio irreale, rotto solo dalle urla o dalla corsa dei passi.
E poi i nostri occhi incrociano la realtà: lamiere contorte, corpi feriti, vite appese a un filo.
Ieri abbiamo fatto tutto ciò che era umanamente possibile.
Quattro ambulanze, quattro équipe del 118 con la stessa speranza: strappare alla morte ognuno dei coinvolti.
Ma la vita, a volte, è più crudele di quanto si possa accettare.
Sono morte due persone.
Una famiglia intera.
Una donna, sua figlia incinta al settimo mese… e anche quel bambino, provato a far nascere in extremis, ma che purtroppo non ce l’ha fatta.
Immagini che si imprimono dentro noi operatori del 118, come diapositive che si ripetono quando ritorni in postazione o quando il turno finisce, quando torni a casa, quando chiudi gli occhi.
Noi operatori del 118 “costretti” a mantenere il sangue freddo, la lucidità.
Ma non siamo fatti di acciaio.
Dopo, quando le sirene si spengono, cala il silenzio e ci restano addosso cicatrici che non si vedono.
Restano gli sguardi dei colleghi, quegli occhi che, come i tuoi, hanno visto troppo.
E allora ci basta uno sguardo, una pacca sulla spalla, una parola sussurrata, un messaggino, per farci forza.
Perché sì, a volte scende una lacrima anche a noi.
Siamo umani.
Quando viviamo tragedie così grandi, restiamo con l’ansia nel cuore.
Anche dopo il trasporto in pronto soccorso, anche dopo aver consegnato nelle mani dei medici, le vite che abbiamo provato a salvare, continuiamo ad aggiornarci, sperando in notizie positive.
Perché in fondo, sappiamo che ci porteremo dentro ogni volto, ogni battito, ogni respiro, ogni sguardo di quei pazienti.
Questa lettera è per dire “grazie” ai miei colleghi del 118, a chi ogni giorno scende da un’ambulanza con il cuore in mano.
È per dire che dietro ogni divisa c’è una persona che sente, che soffre, che a volte si sente impotente.
C’è una persona che trattiene le lacrime davanti agli altri, ma che dentro si porta ogni volto, ogni grido, ogni addio.
E infine, con profondo rispetto, rivolgo le più sincere condoglianze alle famiglie coinvolte in questa tragedia.
Che questa ennesima tragedia stradale non venga dimenticata, ma serva da monito per proteggere, per prevenire, per intervenire su quel tratto di strada, già segnato da troppo dolore.
Perché nessun’altra famiglia debba piangere i propri cari”.
Con il cuore,
una soccorritrice del 118″.

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