“L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.” È il primo articolo della Costituzione Italiana, in capo ai principi fondamentali. Notorio è il sangue versato per arrivare a scrivere la carta fondamentale dello Stato italiano e la storia ne è legittima testimone, patrimonio di ricchezza indelebile e figlia di grandi appuntamenti: uno di questi, per quanto concerne il popolo italiano, è l’anno 1946. L’intero pianeta vive la fase post-bellica della Seconda guerra mondiale, la difficile ricostruzione dopo anni di conflitto rappresenta il seme per un’avvenire migliore. L’Europa e la stessa Italia stanno rimettendo in ordine i pezzi di un puzzle in rovina. A seguito delle ingenti perdite al fronte, il Belpaese conta circa 45,54 milioni di abitanti. Di questi poco più di 28 milioni si preparano a riscrivere il destino nazionale, a esprimere le sorti del Paese: sono esattamente 28.005.449 gli italiani aventi diritto di voto, chiamati alla tornata elettorale del giugno 1946. Un exploit di elettori, senza precedenti, che avrebbe manifestato la personale preferenza contrassegnando con orgoglio e sentimento la propria scheda. Un referendum istituzionale, il più importante della storia italiana, il primo a suffragio universale, quindi aperto anche alle donne.
Perseguire la navigata strada monarchica o scegliere l’ignota frontiera repubblicana. È questa la matassa da sbrogliare oltre che l’elezione dell’Assemblea Costituente. I risultati del referendum, proclamati dalla Corte di Cassazione il successivo 10 giugno e consultabili negli archivi del ministero dell’Interno, indicano 12.717.923 voti per la Repubblica (54,27%) e 10.719.284 per la Monarchia (45,73%). A vincere è il profondo desiderio di rinnovamento, ma non tutta la penisola crede nella nascente forma repubblicana, anzi moltissimi restano fermi sostenitori del vecchio sistema governativo e fedeli conservatori. In particolare, nel Mezzogiorno il popolo osteggia l’aria del nuovo, e resta storicamente legato alla forma monarchica. Nella povertà acuita dalla precoce liberazione del Sud e nella totale incertezza sul futuro nazionale, la continuità dell’istituzione monarchica sembra per i meridionali la soluzione più opportuna e rassicurante. Dopotutto, il Mezzogiorno resta fuori dalla guerra di liberazione combattuta nelle regioni del Centro-Nord e tra la gente della Bassa Italia regna l’opinione della buona narrazione dei Savoia (e del cattivo ricordo dei Borbone). Umberto II, erede al trono, del resto, vive al Palazzo Reale di Napoli da principe ereditario, e la sua presenza in città crea affezione tra i napoletani e non solo.
La Puglia non fa eccezione rispetto ai numeri registrati nel Sud. Il tacco è diviso in due circoscrizioni plurinominali (31 nazionali): la circoscrizione di Bari – che include il capoluogo pugliese – e Foggia, e la circoscrizione di Lecce che, a sua volta, investe l’intero Salento con le grandi città di Brindisi e Taranto.
Nel 1946, la Puglia conta circa 2.170.660 abitanti (questo dato è tratto dal censimento della popolazione, non condotto in modo specifico per la regione ma come parte del censimento nazionale al 31 dicembre 1946). L’elettorato attivo è pari a 960.519 (circoscrizione Bari) e 700.794 (circoscrizione Lecce) per un totale di 1.661.313 aventi diritto di voto. Concretamente a votare sono nove pugliesi su dieci: rispettivamente 865.951 nella prima circoscrizione e 630.987 nella seconda, nel complesso 1.496.938 a tracciare in cabina elettorale la propria espressione di voto (95,44% schede valide contro 4,56% di bianche e nulle).
Riflesso perfetto di un Mezzogiorno legato alla tradizione, anche i pugliesi si mostrano conservatori: circa uno su tre opta per il cambiamento. In particolare, nella circoscrizione di Lecce evidente è il forte radicamento nel conservatorismo politico con il 75,30% votante a favore della monarchia. Un dato non certo sorprendente poiché Brindisi è tempo addietro capitale del Regno del Sud e da lì Vittorio Emanuele III cerca di ricomporre l’ormai sfaldato esercito italiano, partendo dalle divisioni militari dislocate a difesa delle basi navali nella provincia messapica e in quella tarantina.
Altra statistica curiosa riguarda la città di Bari, in leggera controtendenza rispetto alla circoscrizione di riferimento: tre baresi su quattro infatti restano fedeli alla forma monarchica. Tuttavia, le consultazioni del giugno 1946 spazzano via, dopo 85 anni di regno, la corona sabauda colpevole negli ultimi venti di aver dato il potere al fascismo e poi di aver abbandonato la nave fuggendo dalla Capitale. A pesare in maniera maggiore è la volontà delle regioni settentrionali, sature dell’oppressione e delle scelte politiche della monarchia dei Savoia: il referendum è l’alba di una nuova era, teatro di costruzione della Repubblica italiana.






