A poche ore dalla sentenza in primo grado con cui il Tribunale di Bari ha condannato per estorsioni al titolare di una grossa azienda ittica Tommaso Parisi e Paolo Bruni, ritenuti vicini al clan Parisi del capoluogo pugliese, la famiglia dell’imprenditore ha scritto una lunga lettera per ripercorrere gli ultimi sei anni di calvario vissuti nel silenzio – mentre andavano avanti le indagini -, a partire dalla prima denuncia presentata nel 2019 grazie alla spinta e al sostegno dell’allora sindaco di Bari, Antonio Decaro.
Il primo grave episodio risale a due anni prima delle denuncia, nel 2017. “In quell’estate mia madre è stata sequestrata – inizia così la lettera – All’epoca aveva 72 anni. Tre tizi sono entrati nella nostra casa di Torre a Mare, alla periferia sud di Bari, armati di pistole, e l’hanno costretta a consegnare soldi e valori. L’hanno tenuta immobilizzata per una mezz’ora buona e ogni volta che lavoravano in una stanza sfasciando, aprendo, spaccando cose, la trascinavano con loro in un’altra stanza. Alla fine, se ne sono andati lasciando sul volto di mamma svariati graffi, uno stato di choc e tanta paura addosso a tutti noi. Questo è stato solo l’apice di una serie di episodi che hanno riguardato le aziende della mia famiglia, che tutti a Bari conoscono come Fasid. Mio papà ha iniziato a fare il pescivendolo ambulante all’età di 9 anni, nel 1952. In questi 70 anni ha costruito tanto e mio fratello ha preso le redini dell’azienda mentre ancora studiava per laurearsi in Economia. Ora la mia famiglia possiede alcuni pescherecci che lavorano nell’Adriatico, una pescheria e una ditta di commercio all’ingrosso“.
“Siamo finiti sotto la lente dei clan – si legge nel messaggio – Capita. In una città come Bari dove la mafia sta lì, magari si placa, poi rialza la testa, può capitare. Mio fratello ha tenuto tutto per sé. Non ha raccontato nulla a nessuno di questa situazione. Men che meno a me e mia sorella, un avvocato e una giornalista: sapeva che entrambe l’avremmo portato in due secondi in questura a denunciare. Ma la paura ti immobilizza, non ti fa ragionare. Pensi solo che tutto ciò che hai potrebbe svanire da un momento all’altro. Ed è questo quello che lui ha pensato in quegli anni. Quando mio fratello si è finalmente convinto ad andare dalle forze dell’ordine la prima persona che ha chiamato è stato Antonio Decaro. Il quale non ha nicchiato, non ha lasciato squillare il telefono a vuoto, non ha detto “sono impegnato”. Antonio ha accompagnato me e mio fratello a fare denuncia dai carabinieri“.
“Non abbiamo mai raccontato pubblicamente questa storia per rispetto delle indagini e degli inquirenti”, sottolinea la famiglia. Oggi, a distanza di sei anni da quella denuncia che ha portato alle condanne in primo grado, gli imprenditori finiti nel mirino del clan hanno voluto ringraziare, oltre a Decaro, anche tutte le istituzioni e le forze dell’ordine. “Un grazie ai carabinieri del Nucleo operativo di Bari, al colonnello Gabriele Mambor, scomparso in circostanze tragiche prima della fine del processo, ed il colonnello Stefano Invernizzi. E ancora il pm Marco D’Agostino della DDA di Bari che ha portato avanti l’accusa in maniera esemplare e l’associazione antiracket di Bari che ci ha sostenuto durante questi anni. Grazie. Avere accanto tutti voi, avere lo Stato al nostro fianco è stato fondamentale perché portassimo avanti le denunce. Quindi grazie. Oggi scrivo anche perché – questa la conclusione della lettera – la nostra storia è quella di tantissimi altri imprenditori di Bari, che non vanno via, che continuano a vivere qui, a dare lavoro, ad attrarre giovani che vanno a studiare in Bocconi, ma magari poi in parte tornano perché Bari è una città meravigliosa che in questi anni è cresciuta tantissimo. E non merita di essere taglieggiata da parassiti che non fanno male solo a noi imprenditori ma a tutta la città“.





