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Home » Attualità » Da luoghi abbandonati all’Albergo Diffuso, la scommessa di Daniele Kihlgren con Sextantio – FOTO

Da luoghi abbandonati all’Albergo Diffuso, la scommessa di Daniele Kihlgren con Sextantio – FOTO

diSara Di Leo
2 Marzo 2026
A A
Camera 15 01 (1)

© Riproduzione riservata

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All’interno di un precipizio, abita Matera: la vecchia dal volto di pietra, madida di fatica contadina, un’anima individuale solcata dalle ferite delle stagioni. “Chiunque la veda non può non restarne colpito, tanto è espressiva e toccante la sua dolente bellezza ancestrale”.

Nel cono infernale dei Sassi, si snodano luoghi duri e universi marginali in via di estinzione. Sono spazi emozionali, di un’estetica Crociana ancor più che belli in ottica rinascimentale e neoclassica. “Ci sono posti, specie nel Sud Italia e nella fascia appenninica, in grande pericolo, vittime di una damnatio memoriae”, dichiara Daniele Kihlgren, imprenditore italo-svedese, ideatore del progetto Sextantio e ‘salvatore dei borghi abbandonati’. Dopo ’Isola Nkombo e il lago Kivu in Rwanda, dopo Santo Stefano di Sessanio in Abruzzo, Kihlgren ha portato Sextantio nelle Grotte della Civita, la parte più antica dei Sassi di Matera, a strapiombo sul torrente Gravina e di fronte alla drammatica scenografia del Parco della Murgia e delle sue chiese rupestri. “Ciò che mi ha colpito di tutti questi luoghi periferici e semi-desertici è l’integrità del rapporto tra il costruito storico e il territorio (vera perdita dei secoli XX-XXI)”, afferma. Sono quelli che Kihlgren definisce ‘patrimoni minori’: creati dalla collettività di un’umanità stratificata e indifferenziata presente in quello specifico contesto storico-antropologico, modellato in quella specifica morfologia naturale per necessità pratiche di sussistenza. Tutto questo ha dato origine a un’identità unica. “Matera è la massima rappresentanza di quel ‘patrimonio minore’, di quella identità rurale che, secondo il mio parere, necessita di essere preservata – dice Kihlgren – perché Matera è stata la vergogna dell’Italia, apice dell’essenza della povertà. Pensiamo alle descrizioni di Carlo Levi in ‘Cristo si è fermato ad Eboli’: non si parla semplicemente di una cultura contadina o marginale, ma della povertà più estrema, della malaria, della morte. Matera rappresenta, in termini quasi stereotipati, una specie di quintessenza del patrimonio povero, minore, vernacolare, che è quello che vorrei salvare”.

Qui, dove il territorio resta ancorato al dato umano (secondo la teoria del ‘Genius loci’), si è creata e vive un’identità specifica e irripetibile, che passa dal paesaggio ai suoi abitanti nelle varie periodizzazioni della Storia. E qui, l’elemento umano residuo ha mantenuto maggiori rapporti con la ritualità e l’immobilità delle antiche culture rurali. “In maniera un po’ paradossale, è stata proprio la povertà, l’abbandono e un’emigrazione senza ritorno, una fortuita mancata invasione delle moderne urbanizzazioni e ridestinazioni economiche a conservare in diversi antichi borghi (in particolare nella montagna appenninica del Sud Italia), dove di Storia ne è passata tanta, quello straordinario legame tra patrimonio storico e ambientale la cui tutela verrebbe richiesta oggi”.

Per cui Sextantio in Basilicata: un progetto di recupero e valorizzazione del territorio abbandonato, con la creazione di un albergo diffuso contrario alla logica fordista di economia e contrario alla sterilizzazione nel clima grigio del turismo globalizzato. Piuttosto, nella visione dell’imprenditore italo-svedese, vengono assecondate l’originale morfologia fisiognomica e l’utilizzo ancestrale del territorio, catapultando l’ospite nella primigenia realtà più vera del posto.

Il progetto di albergo diffuso a Matera crea un’atmosfera unica e originale, capace di immergere nella stratificazione storica del costruito paesaggistico e abitativo. “La mia è una metodologia conservativa che segue un’unitarietà di tipo formale ed estetico e mira a mantenere il legame col destino degli uomini che lì vivevano e delle economie e delle attività che li sostenevano per andare a ricomporre, in maniera corretta, le ferite e l’abbandono del tempo – continua Kihlgren – Questo perché, a mio parere, il patrimonio architettonico ‘minore’ necessita di strategie di preservazione basate su studi tipologici e sull’impiego di elementi originali o riprodotti fedelmente, affidandosi alla memoria storica degli abitanti e agli archivi fotografici anche come strategia imprenditoriale di concetto, umano e di sviluppo per non far morire i borghi”, dichiara Kihlgren. Per cui, le Grotte della Civita vengono rispettate nella loro morfologia e utilizzo storico, andando a riproporre circa 20 stanze e uno spazio comune, nella chiesa rupestre, con un arredo originale. “È stato fondamentale concordare disciplinari con gli enti territoriali per sviluppare un modello che restituisse rispetto e dignità all’intrinseca identità di questi territori – continua a Telebari Kihlgren – Negli interni, è stata considerata la riproposizione degli elementi originari d’arredo: dai muri anneriti alle tracce delle attività di sussistenza, dal letto alle madie, alle cassepanche, fino ai particolari più minuti quali le coperte tessute a mano (in taluni casi di maggiore deperibilità, rifatte quindi secondo i modelli autoctoni, con i colori naturali, previe specifiche indagini, tramite la memoria storica degli anziani). Laddove invece è stato necessario inserire elementi storicamente non presenti per la moderna vivibilità, al posto di (s)cadere nella tentazione di ricorrere ad elementi di design, peccato originale di molta progettualità italiana, ho preferito un design minimale che non alterasse l’identità del luogo, evitando inserimenti decontestualizzati e privilegiando soluzioni neutre che valorizzino il carattere storico”. Sono stati creati artigianalmente gli elementi mancanti con materiali di recupero che colloquiano intimamente nella forma, nel colore, nella patina, nel tatto e negli odori con la Storia del luogo. Altrettanto rispettosa è stata la scelta di non convertire tutti gli spazi in albergo “perché – afferma l’imprenditore visionario – secondo me le grotte devono anche rimanere tali”.

Nelle stanze di ‘Sextantio-Matera’ si trova l’anima profonda di questi luoghi. Alla logorante feticizzazione di un’identità rivissuta secondo un’ideologia turistica e al morboso scimmiottamento di un’identità locale (tendenza sempre più imperante), Kihlgren oppone un approccio ‘filologico’ di cura. Sextantio a Matera è un’esperienza di intime assonanze, di partecipazione empatica nei confronti dei luoghi con il loro lirismo poetico essenziale e non meramente simbolico. Così, Sextantio fa rivivere le emozioni più profonde, le evocazioni più subliminali che questi spazi, avvolti nel ventre dei sassi, hanno comunicato e comunicano.

 

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Esterni Matera 0046
Grotta 16 02
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