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sabato 17 Aprile 2021
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Turi, Covid in gravidanza. Mamma dopo il parto e la Rianimazione: “Non ho ancora abbracciato mia figlia”

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“Mi sono ammalata di Covid quando ero alla 34esima settimana di gravidanza”. Comincia così il racconto su Facebook di Monia, una neomamma di Turi che ha lottato in piena gravidanza con il virus, dando alla luce prematuramente la sua bambina e finendo in Rianimazione. Oggi Monia è a casa, ma “questo virus bastardo non ha ancora finito di presentarmi il suo conto: sono finalmente tra le braccia di mio marito, sto bene, posso parlare, ridere e respirare contemporaneamente, ma non possiamo ancora stringere a noi la nostra piccolina, perché siamo ancora positivi”.

“È un virus bastardo – ribadisce Monia – che ti manda il conto dei suoi sintomi ogni giorno: un attimo prima riesci a respirare e pensi di essere una delle tante asintomatiche, un attimo dopo cominci a sentire una leggera difficoltà mentre parli, finché non mi sono ritrovata nella zona rossa di Ginecologia del Policlinico con due tubicini di ossigeno nel naso, per aiutarmi a respirare, per non far soffrire la mia piccolina”.

Dopo il cesareo d’urgenza, Monia è stata per qualche giorno nel reparto di Rianimazione Covid. “Non credo che dimenticherò mai quello che ho visto attorno a me – racconta -. Ho sentito l’ultima chiamata di una nonna, di una zia, di una mamma, alla sua famiglia, prima del suo ultimo respiro. Ero accanto a lei quando chiedeva aiuto perché non riusciva a respirare, quando ha fatto quell’ultima chiamata, quando l’hanno portata via”.

“Il virus è ancora tra noi e la gente sta morendo, improvvisamente e in solitudine – scrive ancora Monia -. Abbiamo il dovere morale, soprattutto nei riguardi di chi non ce l’ha fatta e di chi sta soffrendo per una prematura scomparsa, di proteggerci e di proteggere i nostri cari dal contagio”.

E poi ricorda i “medici ed infermieri fenomenali” che assistono i pazienti, “persone meravigliose, professionisti instancabili, che lavorano all’inferno da un anno, eppure ti donano in ogni momento il loro sorriso, la loro umanità, una parola di conforto, una carezza. Di molti di loro non ricordo il nome e non conosco i loro volti, ma ricorderò i loro occhi, i loro sguardi teneri e orgogliosi, che mi hanno dato coraggio e forza in uno dei momenti più tristi e difficili della mia vita. Li definiscono angeli”.


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