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sabato 31 Luglio 2021
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Covid, 50enne di Altamura ricoverato e alle prese col virus da marzo: “Vi racconto la mia odissea”

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“Vi racconto la mia odissea, piena di ostacoli e buona medicina, mista a tanta superficialità e trascuratezza”. Inizia così la lunga lettera di Domenico, 50enne di Altamura, già affetto da un’insufficienza renale cronica severa, che ha contratto il Covid il 16 marzo scorso e che ancora oggi lotta con le conseguenze del virus, ricoverato al Policlinico di Bari.

“Sono stato male fin da subito – spiega -, tanto che mia moglie già il 18 marzo ha allertato il 118. Un intervento a dir poco assurdo. Un medico si è limitato a dire che dovevamo ritenerci fortunati di poter curare il Covid a casa, mentre noi sapevamo benissimo che, data la mia patologia, andavo monitorato in ospedale con il supporto un reparto di nefrologia. Niente da fare. È andato via senza fare nulla, senza visitarmi e senza rilasciare nessun referto dell’intervento”.

“La situazione nei giorni successivi è andata via via peggiorando tanto che il 21 marzo, dopo aver nuovamente chiamato il 118, sono stato ricoverato all’ospedale Perinei – continua Domenico -. All’ingresso mi è stata fatta una radiografia che ha accertato una polmonite bilaterale da Covid. Dopo tre giorni di sosta nel Pronto Soccorso, il 24 marzo, mi hanno trasferito nel reparto Covid al sesto piano. Mi hanno fatto firmare il consenso per la somministrazione del plasma iperimmune, del quale non si è vista nemmeno l’ombra. Forse era già tardi. Sono stato curato con la terapia ad ossigeno CPAP, antibiotica e cortisonica, ma man mano che la situazione (molto lentamente) migliorava dal punto di vista dell’infezione e della respirazione, continuavo ad avere forti dolori al petto. ‘È il Covid’, mi dicevano. Nonostante le mie sollecitazioni circa la necessità di un controllo radiografico, i medici si sono limitati alle terapie contro il virus, ignorando il mio malessere”.

“Solo dopo 34 giorni, durante i quali protestavo quotidianamente per i forti dolori, nel momento in cui mi è ritornata la febbre alta, mi hanno sottoposto a una Tac che ha rilevato importanti conseguenze e danni al polmone sinistro: soprattutto pneumotorace, ascesso, empiema (raccolta di pus in una cavità naturale dell’organismo) e sovrainfezione batterica – racconta nel dettaglio -. Probabilmente ho avuto la sfortuna di essere stato ricoverato nel periodo in cui l’ospedale era al collasso per il grande numero di ricoveri e i reparti erano affidati a medici forse alle prime armi, magari non preparati a gestire l’emergenza Covid. Non so. Resta il fatto che per 34 giorni il mio caso non è stato oggetto di attenzione e, a mio parere, si poteva intervenire prima evitando così di farmi soffrire. Dopo altri 3 giorni, al 37esimoi, il mio caso è passato al Policlinico di Bari”.

“Sono stato trasferito il 26 aprile – continua Domenico – prima nel padiglione Balestrazzi, perché ero ancora positivo, e poi alla Clinica Baccelli nel reparto di Medicina Interna, dove sono ancora ricoverato. Qui mi hanno curato ed esaminato. Sono stato seguito scrupolosamente e le mie condizioni sono migliorate, seppure lentamente. Ero sostanzialmente guarito dal Coronavirus, ma avevo necessità di un centro post Covid per la riabilitazione motoria e respiratoria. E così, dopo 21 giorni di degenza al Policlinico, mi hanno trasferito all’Istituto Maugeri di Bari, con la raccomandazione che venissi monitorato da uno pneumologo, dal momento che la malattia mi aveva parecchio ‘maltrattato’ dal punto di vista polmonare. Mi hanno ricoverato in ‘Recupero e Riabilitazione Funzionale’ e, nonostante le mie perplessità e le domande poste all’inizio ai medici di reparto circa il percorso di cure cui sarei stato sottoposto, sono stato praticamente parcheggiato: prima nella Zona Grigia, per 8 giorni, e poi in RRF”.

“Continuavo a lamentare il dolore al petto – dice ancora il 50enne di Altamura -, ma nessun pneumologo mi ha visitato. Credevo di dover andare in pneumologia, ma mi hanno ricoverato in ortopedia. Chiedevo spiegazioni quotidianamente, ma niente. Il dolore che riferivo mi si diceva fosse intercostale. Dopo 12 giorni di degenza, dietro forti insistenze mie e del mio medico curante, ho ricevuto la visita di uno pneumologo. Dietro sua richiesta mi hanno sottoposto ad una nuova Tac che ha evidenziato un peggioramento. Mi è tornata la febbre e solo allora si sono resi conto che il mio problema era, anche e soprattutto, pneumologico. Mi chiedo, nonostante le indicazioni del Policlinico e il dolore manifesto e riferito continuamente, perché farmi soffrire così per 22 giorni senza approfondire il motivo del mio malessere?”.

“Dopo 22 giorni d’inferno – continua Domenico – durante i quali ho avuto assistenza solo da un punto di vista riabilitativo, grazie a una fisioterapista veramente professionale che ringrazio insieme agli operatori socio-sanitari, si è reso nuovamente necessario tornare al Policlinico nello stesso reparto di provenienza: un centro d’eccellenza e di scienza come pochi ne esistono al Sud. Devo lodare l’equipe che mi ha preso in cura già dalla prima volta. Il professor Vacca e il professor Ria, il dottor Lauletta e il dottor Solimando con tutta l’equipe medica, compresi gli specializzandi. La mia situazione è in lieve ripresa, anche se occorrerà tenere duro e avere ancora pazienza, ma posso dire che comincio a vedere la luce in fondo al tunnel. Questo è il mio racconto di 4 mesi – conclude – passando di ospedale in ospedale con la sfortuna di aver incontrato, oltre al Covid, un altro virus altrettanto pericoloso: quello della superficialità e dell’indifferenza. La sanità dovrebbe tutelarci e non ignorarci. Oltre che pazienti, siamo esseri umani e non numeri. Sarei potuto essere tra quelli che non ci sono più. Ringrazio Dio per essere ancora qui, per poter raccontare ciò che mi è accaduto, con l’augurio che più nessuno viva questa mia stessa esperienza”.


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