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Ricerca, una nanostruttura che emette luce nell’ultravioletto: la scoperta della prof. barese Antonella Vincenti

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Una scoperta rivoluzionaria, una nanostruttura in grado di emettere luce nell’ultravioletto, trasmettendola “sotto mentite spoglie”. Porta la firma della professoressa barese Antonella Vincenti, docente associato di Campi Elettromagnetici a Ingegneria dell’Informazione all’Università degli Studi di Brescia, il risultato della ricerca condotta in collaborazione con il gruppo della professoressa Natalia Litchinister della Duke University e il dottor Michael Scalora della US Army.

Laureata nel 2005 al Politecnico di Bari in Ingegneria Elettronica, dipartimento in cui ha svolto anche il dottorato fino al 2009, la professoressa Vincenti si è poi trasferita negli Stati Uniti. Oltreoceano ha lavorato prima come research scientist presso Aegis Technologies, poi come research associate presso il National Research Council. Nel 2015 è tornata in Italia grazie al “rientro dei cervelli” con il programma Rita Levi Montalcini.

La nanostruttura è stata realizzata da Vincenti attraverso l’impiego di materiali già largamente utilizzati per dispositivi ottici ed elettronici come detector, lenti e fibre ottiche, ma il cui utilizzo è stato fino ad oggi limitato alle frequenze dell’infrarosso. Questa scoperta apre la strada all’utilizzo degli stessi materiali anche nel visibile e nell’ultravioletto per applicazioni come comunicazioni subacquee, monitoraggio ambientale e nuove tecniche di imaging biologico.

E così una metasuperficie realizzata in trisolfuro di arsenico (As2S3) trasmette luce nell’infrarosso, consentendo anche la generazione di luce ultravioletta, normalmente assorbita nel materiale. Il progetto proposto dalla professoressa Vincenti prevede la realizzazione di nanofili di trisolfuro di arsenico su vetro larghi 430 nanometri e separati tra loro di soli 625 nanometri.

I risultati della ricerca, sponsorizzati per l’università di Brescia dallo US Army Research Laboratory Cooperative Agreement, sono stati pubblicati sulla prestigiosa rivista Nature Communications.


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