Per la Procura di Bari “l’ipotesi suicidiaria” nel caso della morte di Michelle Baldassarre, la 55enne trovata carbonizzata nelle campagne di Santeramo in Colle
(Bari) nel pomeriggio del 9 febbraio scorso, sarebbe “accertata”. “In tale ottica – si legge nella richiesta di archiviazione – militano non soltanto i risultati” dell’autopsia e “gli elementi di indagine acquisiti tramite sommarie informazioni”, ma anche il contenuto delle conversazioni (intercettate) dei familiari della vittima, pienamente convinti “che Baldassarre Micheline abbia compiuto un insano gesto ‘tutto da sola’”. La procura ha indagato sin dall’inizio per istigazione al suicidio a carico di ignoti.
“L’innesco del processo di autodeterminazione al suicidio – si legge ancora negli atti – è costituito dalla decisione di allontanarsi” dalla vita di tutti i giorni “e denunciare il marito, in quanto ha destrutturato l’equilibrio, al cui interno la fragile personalità della defunta aveva una sua parvenza di stabilità”. A dicembre 2022, infatti, la donna denunciò il marito Vito Passalacqua per maltrattamenti, fatto per il quale l’uomo è tuttora a processo in abbreviato. Le indagini hanno dimostrato come l’uomo (ai domiciliari dalla fine di dicembre, ma con un permesso di otto ore al giorno per lavorare) fosse in ufficio nelle ore precedenti al ritrovamento del cadavere della donna. Nei suoi confronti i pm hanno escluso sia “l’elemento psicologico del dolo del delitto di istigazione al suicidio” sia “la volontà di determinare ovvero rafforzare una ipotetica scelta” nella donna di togliersi la vita, avendo tra l’altro “manifestato il desiderio di ricucire la relazione
matrimoniale”.
A supporto dell’ipotesi del suicidio anche una relazione svolta dal professor Roberto Catanesi (ordinario di Psicopatologia forense dell’università di Bari) che “ha isolato un preciso frangente temporale – ovvero quello successivo alla separazione di fatto dal marito – nonché un autonomo percorso motivazionale – ovvero la consapevolezza dell’irreversibile fine del legame con il marito sulla cui figura ella aveva plasmato la propria esistenza, unitamente al senso di colpa nei confronti delle due figlie ed al riscontrato viraggio in chiave depressiva dell’umore della defunta l’abbandono della struttura protetta – quali elementi causali sopravvenuti da soli sufficienti, a causare l’evento”, si legge ancora negli atti.
Inoltre, come riportato dall’Ansa, la donna si sarebbe tolta la vita prima ferendosi al torace con un coltello, e poi dandosi fuoco con un accendino dopo essersi cosparsa di benzina. È quanto emerge dall’autopsia effettuata dal professor Francesco Vinci e parzialmente contenuta nella richiesta di archiviazione dell’indagine per istigazione al suicidio coordinata dalla procura di Bari. “È opinione della medicina legale – si legge nel rapporto – che la lesività da punta e taglio a livello toracico fu antecedente a quella indotta poi dal calore”. Pur non essendoci elementi di “assoluta certezza a riguardo”, il medico legale sottolinea come la ferita da arma bianca “sarebbe stata comunque difficoltosa ove la combustione fosse stata già avviata, tenuto conto dell’estrema rapidità dello sviluppo dell’incendio in rapporto al mezzo utilizzato”, cioè la benzina. “Non può essere esclusa la possibilità che il soggetto – scrive il medico legale -, a seguito delle prime lesioni toraco-polmonari, possa aver dato adito alla combustione, essendosi precedentemente già cosparsa di natura infiammabile”.







