Ben 26 persone in carcere, altre 3 ai domiciliari e complessivamente 60 indagati. Questi i numeri di un’inchiesta su un presunto clan operante nel comune di Statte i cui affiliati avrebbero imposto il controllo del territorio e la gestione delle attività illecite anche attraverso il presunto condizionamento delle elezioni amministrative dell’ottobre 2021 che portarono alla riconferma del sindaco Francesco Andrioli, leader della lista ‘Uniti per Statte’: il primo cittadino è tra le persone finite in carcere, insieme agli assessori Ivan Orlando e Marianna Simeone, accusati di scambio elettorale politico mafioso aggravato, che avrebbero accettato la promessa di Davide Sudoso, considerato promotore del gruppo criminale, e Giulio Modeo (figlio di Antonio, detto il “Messicano”, uno dei principali protagonisti della mala tarantina anni ’80) di procurare i voti (in occasione delle amministrative dell’ottobre 2021) in cambio di denaro, buoni pasto e favori al clan.
Gli indagati, tra il 2020 e il 2021, avrebbero fatto parte di un’organizzazione di tipo mafioso, dotata di armi, e si sarebbero resi responsabili di numerose condotte illecite concernenti lo scambio elettorale politico-mafioso, la cessione di partite di stupefacenti, la detenzione di armi e l’intestazione fittizia di beni a prestanome, nonché l’esecuzione di attività estorsive, di spedizioni punitive e di attentati incendiari. La Guardia di Finanza ha dato anche esecuzione a un decreto di sequestro preventivo (per sproporzione rispetto ai redditi dichiarati o ingiustificata provenienza) di beni del valore complessivo di circa 6,4 milioni di euro, tra i quali appartamenti, locali commerciali e box, nonché quote societarie e compendi aziendali di imprese, con sedi a Taranto e in provincia, attive nei settori economici della ristorazione e del commercio di auto e di frutta e verdura. Persino i biglietti del luna park erano utilizzati, secondo gli inquirenti, come contributo del presunto ‘patto elettorale’ in occasione delle elezioni amministrative dell’ottobre 2021.
Undici degli arrestati – tutti condotti in carcere – rispondono di scambio elettorale politico mafioso. Si tratta del sindaco Francesco Andrioli (che fu eletto con il 74,98% delle preferenze), degli assessori (eletti consiglieri comunali) Ivan Orlando e Marianna Simeone, del fratello di quest’ultima, Francesco Simeone, ritenuto organico alla presunta associazione di tipo mafioso, del presunto capoclan Davide Sudoso, del pregiudicato Giulio Modeo, del dirigente della società partecipata Kyma Ambiente di Taranto Lucio Rocco Scalera (già coinvolto nell’inchiesta sulle parcelle d’oro e sul concorso sospetto) e di altri tre indagati, Giorgio Simeone, Antonio Marzella e Giovanni Pulito.
Gli assessori Ivan Orlando e Marianna Simeone erano candidati al consiglio comunale con la lista “Uniti per Statte” a supporto della candidatura a sindaco di Andrioli. I tre politici, secondo l’accusa, avrebbero accettato la promessa di Davide Sudoso di procurare voti, anche avvalendosi di modalità mafiose. Lo stesso Sudoso, secondo le ipotesi degli inquirenti, attraverso suoi emissari avrebbe ottenuto in cambio da Orlando somme di denaro, da Andrioli e Marianna Simeone buoni pasto e buoni carburante, tramite un’associazione, da elargire ai potenziali elettori in misura proporzionale al numero di voti garantiti.
Il sindaco Andrioli, sempre secondo le contestazioni dell’accusa, si sarebbe reso disponibile “a soddisfare le esigenze dell’associazione”. Ad esempio per favorire il rilascio di autorizzazioni per l’occupazione di suolo pubblico alle attività commerciali riconducibili a Sudoso ma formalmente intestate ad altri, o promettendo l’assegnazione di lavori pubblici a uno degli indagati. Pulito e Marzella avrebbero avuto il compito di facilitare gli incontri fra Sudoso e Andrioli e di raccogliere i voti secondo le indicazioni del capoclan. Il dirigente amministrativo di Kyma Ambiente Taranto, Rocco Lucio Scalera, invece, avrebbe avuto il compito, per il tramite del dipendente della società partecipata Angelo Laneve, non solo di raccogliere voti ma anche di gestire i rapporti e le comunicazioni fra Andrioli e il pregiudicato Giulio Modeo.
Questo, sostengono gli inquirenti, per evitare che Andrioli, durante la campagna elettorale, potesse essere visto e fotografato con un esponente della famiglia Modeo, protagonista della guerra di mala a Taranto negli anni Ottanta e primi anni Novanta. Il dirigente Scalera avrebbe inoltre promesso a Giulio Modeo di essere assunto nella società partecipata in occasione del bando del 27 agosto 2020 di selezione pubblica per l’assunzione a tempo indeterminato di 41 operatori ecologici. Una promessa che gli inquirenti interpretano sia come “ricompensa – è scritto nel capo d’imputazione – del sostegno elettorale a favore di Andrioli” che per “restituire” a Modeo “il favore per favorire l’appoggio elettorale ricevuto in occasione delle elezioni amministrative regionali indette per il settembre 2020 a cui il fratello Antonio Paolo Scalera (La Puglia domani, ndr), partecipava in qualità di candidato consigliere regionale, risultando eletto anche a seguito di ricorso al Tar”. Il consigliere regionale non è indagato.







