Nessuna inchiesta da aprire. Nessun colpevole da cercare. La morte di Domenico Caradonna è una ferita silenziosa, una pagina strappata senza preavviso. Morte sul lavoro, sì, ma senza clamori. Solo un uomo caduto, nel silenzio di ogni fine inattesa. Un uomo in divisa resta un uomo.
Non un eroe, non un simbolo. Solo un lavoratore che può cadere all’improvviso, lasciando dietro di sé un vuoto che nessuna uniforme può colmare.
Domenico Caradonna aveva 46 anni: barese, carabiniere, marito, padre. E venerdì sera, 20 settembre, è morto mentre era in servizio durante la Festa dell’Uva di Cerreto d’Esi, nelle Marche. Originario di Bari, viveva a Pesaro dal 2012 insieme alla moglie e alla figlia di sette anni, inseguendo lì le sue aspirazioni di vita. Due città affacciate sullo stesso mare — l’Adriatico — che, pur separate da chilometri e storie diverse, restano unite da quella lingua d’acqua che lambisce sia la costa pugliese che quella marchigiana: parte di un unico Mediterraneo, che abbraccia silenzioso le vite di chi lo attraversa — e si porta via, nel suo respiro profondo, anche il ricordo di un uomo che ha vissuto con dedizione, fedeltà e silenzioso coraggio.
Un malore improvviso — forse uno shock anafilattico, ma le cause sono ancora da accertare. Sarà l’autopsia a stabilirlo. Una cosa è certa: stava lavorando. Era lì per garantire l’ordine pubblico. Intorno alle 22.30, davanti a colleghi e cittadini, è stato colto da un arresto cardiaco. I soccorsi sono stati immediati, ma ogni tentativo di rianimarlo è stato inutile. Non c’è stato nulla da fare. È caduto in piedi, come si cade solo quando si considera seriamente il proprio lavoro, compiendo il proprio dovere.
La festa è stata interrotta. Le persone hanno lasciato l’area in un clima di incredulità e dolore. Chi lo conosceva parla di lui con semplicità. E con affetto. “Era prima di tutto un altruista, non solo per il senso del dovere che il suo lavoro gli imponeva,” racconta il cugino, il maresciallo Michele Di Matteo. “A Pesaro lo conoscevano tutti. Sempre con Kevin, il suo cane. Erano una squadra. Anzi, una presenza. La mascotte della città.”
Kevin non era solo un cane antidroga. Era il suo collega. Lo seguiva ovunque. Con lui aveva condiviso operazioni antidroga, controlli in stazione, perquisizioni in mare. In Toscana avevano trovato venti chili di cocaina. A Napoli, trenta chili di eroina. E poi, nei giorni normali, le passeggiate al parco. Gli sguardi complici. La stanchezza condivisa. Ora aspetta ancora. “Domenico era buono, solare, dolce – continua Di Matteo – Mai una parola fuori posto. Mai un gesto scomposto. Sempre sorridente. È difficile parlare di lui al passato. Personalmente, e comunque all’unanimità, abbiamo tutti un bellissimo ricordo di Domenico.”
Questo era il volto della sicurezza: non i proclami, ma la presenza. Il lavoro ben fatto. La responsabilità condivisa. Ed è per questo che la sua morte sul lavoro – pur non essendo un infortunio nel senso tecnico – ci interroga sul significato profondo della sicurezza. Perché la sicurezza, in ambiente di lavoro, non è solo prevenzione tecnica o norme da rispettare: è anche riconoscere che chi lavora, in ogni settore, ha un corpo, una storia, una famiglia, una fragilità. Non esistono lavori senza rischio se continuiamo a pensare che chi indossa una divisa debba essere un ingranaggio perfetto, un soldato immune alla fatica, alle malattie, allo stress. Non lo era Domenico. Non lo è nessuno.
Il determinismo di come è accaduto l’episodio porta con sé una riflessione importante: un uomo che muore indossando la divisa, mentre svolgeva il proprio dovere, è comunque un essere umano, non un supereroe. E come ogni essere umano, lascia dietro di sé una figlia, una moglie, amici, colleghi e affetti che restano a fare i conti con un’assenza improvvisa. Con un dolore che non indossa divise. Perché la sicurezza, quando si parla di lavoro, non è solo una questione di macchinari, di elmetti o di leggi. È una questione di sguardo. Di riconoscimento.
La perdita lascia un segno non solo tra chi lo conosceva da vicino, ma nella comunità intera che lo stimava. Una perdita che tocca la comunità professionale. Perché anche un carabiniere, quando cade, lascia dietro di sé un vuoto fatto di carne e memoria. Non di simboli.







