A Sannicandro di Bari, dalla vigilia di San Giuseppe e ancora per pochi giorni, si rinnova il rito delle ‘Notti del Calderone’ o ‘Calderoni di San Giuseppe’: ogni anno nei primi giorni di primavera, le case aprono le porte ad amici e vicinato per consumare insieme pietanze a base di legumi, ma anche offrire zeppole e vino sino a notte fonda.
Già da qualche giorno tutte le generazioni insieme, dai nonni ai nipoti, hanno impastato manicaretti dolci, messo sui treppiedi di ferro i ‘callareun’ di famiglia per cucinarvi dentro fave, ceci e cicerchie con foglie d’alloro, rigorosamente sulla brace del falò scoppiettante. Così le tavole sono imbandite di piatti contadini: trippa al sugo, frittate di asparagi selvatici e chi più ne ha più ne metta, per festeggiare e ricordare San Giuseppe, patrono del paese, per il periodo precedente alle Palme.
Una manifestazione mutata negli anni rispetto al disegno iniziale, che prevedeva l’organizzazione di tutto questo unicamente nel giorno della vigilia di San Giuseppe. “Inizialmente durava molto meno, anzi si concentrava solo il 18 marzo – ricorda una anziana signora del posto – A un certo punto è stata istituita come ricorrenza, prolungata fino a quella che chiamano ottava, ossia una settimana dall’inizio, e man mano sempre più, cosicché ora arriva fino almeno al 31 marzo”.
Una celebrazione legata alla tradizione più antica e popolare. Nicola Racanelli, memoria storica del paese e professore attivo in Pro Loco, racconta che “questa tradizione, non nella stessa struttura, avviene da sempre partendo da un mondo che non è più il nostro”. Alle origini si trattava di falò sviluppati per quartiere e appiccati col fine di consumare quanto in casa c’era di vecchio, tra legumi e legna dell’annata agricola appena trascorsa. Per una funzione sostanzialmente pratica ed economica, come nella natura del mondo povero contadino, tutto ciò che ormai non serviva più veniva consumato, per non essere buttato e per augurarsi un buon raccolto.
“Il discorso prende le mosse dalla simbologia peuceta e magnogreca legata ai quattro elementi cardine acqua, aria, terra e fuoco, e alla ritualità delle Omeomerie greche, per cui la fiamma che brucia tutto ciò che è vecchio renderà il futuro fecondo – spiega il professor Racanelli – Non era una festa pensata per essere una vera e propria festa, ma oggi viene ripresa conservando gli stessi elementi: il fuoco, la cottura nei calderoni dei legumi e soprattutto l’incontro e lo scambio. Sebbene la motivazione di fondo sia oggi più che mai simbolica con l’obiettivo di recuperare le radici”.
Non a caso, quest’anno protagonista di una di queste manifestazioni a Sannicandro è stato l’istituto comprensivo Bosco-Manzoni, in particolare la scuola dell’infanzia Calambra, con l’aiuto di insegnanti e mamme. Se vi recate a Sannicandro entro il 31 marzo, o in qualche caso addirittura fino a qualche giorno dopo, potete ancora assistere a questa tradizione affascinante, di aggregazione attorno al fuoco e alle caldaie fumanti, e approfittarne per sorseggiare insieme buon vino e degustare cicerchie.








