Michael Folorunsho è stato tra i trascinatori del Bari della scorsa stagione. Oggi, da centrocampista dell’Hellas Verona, si è raccontato in una lunga intervista rilasciata alla pagina Facebook ‘Cronache di Spogliatoio’. Dai suoi primi passi nella Primavera della Lazio, passando dalle esperienze In Serie C con Virtus Francavilla e Bari, fino all’esordio in Serie A con la formazione scaligera, questo il racconto del calciatore che, con la maglia dei galletti, ha totalizzato complessivamente 39 presenze e 8 gol.
“Devo molto a Simone Inzaghi” – ha ricordato Folorunsho – “Mi ha fatto esordire lui in Primavera quando ero alla Lazio. Quel giorno entrai in campo non nel migliore dei modi. Il mister ci teneva particolarmente a lanciarmi, quindi a fine partita mi ha ripreso davanti a tutti: nello spogliatoio la sua sgridata è subito diventata un meme, perché ha iniziato ad apostrofarmi in modo divertente e tutta la squadra è scoppiata a ridere. Da un diverbio, ne è nato un modo per confrontarsi: da quel giorno non mi ha più tolto”.
Il passaggio in Serie C alla Virtus Francavilla: “Umanamente lì mi hanno sempre coccolato, perché ero acerbo e innocuo, e quando sbagliavo non lo facevo con cattiveria. Insomma, ero solo un bambinone. Anche mister D’Agostino mi ha sempre dato un’opportunità. Ma a dicembre mi hanno messo ai margini dopo una bravata: tutti piccoli errori, ma era giunto il momento di sbatterci la testa e farmi capire che non devo commetterli. E mi sono detto: «Un anno fa eri in panchina con la Lazio a San Siro, ora ti alleni con la Berretti alle sette di sera, da solo. Che vuoi fare, la Serie C per sempre?». Dopo Francavilla, mi ha comprato il Napoli e sono andato in prestito al Bari. Ero felicissimo: Bari ti sa formare come calciatore e come uomo, una piazza importante. Volevo fare bene, ma sono stato una delusione. Dopo due anni in C, mi sentivo pronto. Ho giocato poco e male, non ero in condizione e non ero al 100%. Sono ripartito dalla Reggina e lì sì che sono maturato davvero”.
Su quella maledetta finale playoff con il Cagliari: ” La delusione a fine campionato è stata tanta, non credo di avere la forza di parlare della finale play-off e di quel palo che ci ha fermato a un centimetro dalla gloria. Eravamo un gruppo fantastico. Da tre mesi era impossibile fare un errore che diventavi vittima di uno scherzo (ride ndr). Io ero il più matto, il mister un giorno disse a un compagno che in allenamento al posto degli scarpini sembrava avere delle ciabatte. Così glieli ho messi in un secchio d’acqua e poi nel congelatore. Il giorno dopo è arrivato al campo e ha trovato gli scarpini in un cubo di ghiaccio, ha dovuto buttare via tutto”.
L’esordio in Serie A col Verona: “Se ho esordito in Serie A, lo devo a mia madre. Ce l’ha messa tutta. A scuola ero una frana e non riuscivo a dare il mio meglio, perché ero concentrato sul calcio: l’unico posto in cui i miei ritardi si possono contare sulle dita di una mano. Ogni volta che mi ha messo in punizione, non mi ha mai tolto la possibilità di giocare perché vedeva quanto impegno e diligenza ci mettessi, e soprattutto quanta voglia avessi. Ha fatto sacrifici, prendendomi prima da scuola per portarmi al campo. Mi ha inviato un messaggio prima della partita: «Sono fiera di te». Mia sorella mi ha chiamato dopo la gara per raccontarmi: «Non dirgli che te l’ho detto, ma la mamma si è messa a piangere dall’emozione quando l’arbitro ha fischiato l’inizio. Ha visto i sacrifici di un figlio che aveva un unico sogno, giocare in Serie A».








